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martedì 7 settembre 2010

Sestri Levante...
Maya masticava libri e solitudine ma le piaceva ridere del sole e del vento. Camminava svelta, montava in bici la mattina e andava a scuola, coi capelli all'aria vedeva gente e cose sempre diverse, anche se la strada era sempre la stessa.
Maya andava al liceo e aveva già scoperto che le avevano mentito quand'era più piccola, che le cose, poi, non erano tanto diverse.
Rabbia in cortile, palloni sgonfi, banchi sporchi e cicche di sigaretta che non aveva mai visto prima.
Un corridoio lungo da fare tutto, che quando passavi davanti alle classi incontravi sensazioni nuove che ti rotolavano via dalla testa e le prendevi a calci mentre di corsa andavi a sederti al tuo banco.
Maya sapeva di sole ed erba, assente quando capitava, un pensiero vago, un'idea ancora senza corpo, senza forma. Le sarebbe bastato poco per scoprire cos'aveva dentro, e spingere pian piano lo sguardo e i passi dentro altri mondi fatti di libri, volti, posti e musica. Un primo amore iniziato bene e finito male, come tutti del resto.
Era l'anno delle contestazioni, che a chiamarle così ti fan pensare a una cosa seria, al '68, ma che invece erano slanci di indipendenza. E c'erano riunioni, manifestazioni, autogestioni, occupazioni. In fila, dietro lo striscione, a gridare e scalpicciare giù per via Nazionale. Piazza Esedra, non Piazza della Repubblica, mi raccomando! Era inverno a Roma, e la musica affollava i lunghi pomeriggi di vuoto.
E la ragazza andava via leggera, che pareva volare... è Sestri Levante, la canticchiava di continuo. Lui veniva da lontano, e con sé portava un mondo nuovo.
Sanpietrini scivolosi, bici e scarpe rotte, un sorriso, un viso: Oggi è Sestri Levante, oggi è Sestri Levante, oggi è Sestri Levante... e Maya diventa musica e la musica ricordo e il ricordo passato diventa potere, memoria.
E la ragazza andava via leggera, che pareva volare....


sabato 20 febbraio 2010

Sierra

Seguite anche lei!

Non riuscivo a capire a che punto fossi. La mia vita e la mia strada mi avevano portato fin là. Ma il bello stava per cominciare.

Mi avevano beccato ed ero sola. Ricordo che per un attimo mi venne voglia di piangere, gridare, poi sentii solo l'acciaio gelido della mia katana.Allora seppi cosa dovevo fare. Mi alzai, Gin era a terra, morto. Vicino a lui c'era uno dei cattivi, gli tolsi la pistola dalle mani insanguinate e rubai un caricatore, 'Qualche pallottola in più mi farà comodo'. Non c'era tempo da perdere: Eco era sparita e io sarei morta.
Da piccola volevo fare la principessa, l'avevo scritto in un diario. Non so perché ripensai a quel fatto. La mia vita, quella di prima, non esisteva più da troppo tempo. Dicono che il diario è come un amico di cui puoi fidarti, io avevo solo la mia katana, e miei muscoli e il mio cervello. Uscii di corsa dal caseggiato, rubai una macchina... in paese erano tutti morti. Fu allora che mi accorsi del silenzio. 'Bingo'.
Tequila. Ma certo. Poteva essere solo lui. Due anni fa mi aveva scaricato durante una missione ed era sparito. Ora eccolo lì, con un sombrero, un poncho e quel sorriso per il quale uccideresti. "L'hanno presa", intendeva Eco. "Muoviamoci, mi spiegherai dopo". Tequila era uno di poche parole. Per fortuna. Avviai il motore e lui saltò su; non avevo alternative: dovevo raccontargli tutto, altrimenti avrei perso la pietra.
Era notte quando accadde. Dormivamo nell'auto, fuori la notte del deserto. sentii un rumore, non so cosa, ma per sicurezza svegliai Tequila e misi in moto. L'auto non partiva. 'Merda'. "Sierra, fa silenzio". Restammo in ascolto: niente. All'improvviso qualcuno, qualcosa, saltò sul tetto dell'auto e in un modo o nell'altro riuscì a squarciare la carrozzeria. Tequila fece per scendere ma lo fermai "Scappiamo, cazzo".
L'auto era miracolosamente ripartita, ma non avevamo una meta e ci serviva aiuto.Tequila aveva uno strano aggeggio, disse che ci avrebbe portato dagli altri, che saremmo stati al sicuro. Non mi fidavo di quel bastardo, ma non c'era tempo da perdere, dovevo fidarmi di lui. Sfrecciavamo nel deserto veloci come il vento quando lo guardai di traverso e vidi che continuava a fissare una bussola, "Che roba è?" Sorrise.
"Ci tirerà fuori dai guai.Guarda laggiù" In lontananza vidi le sagome di alcune abitazioni e dei furgoni. I nostri. Com'era possibile? Eco era con loro?Quando scendemmo dall'auto, Raven ci venne in contro sorridente e disse che ci aspettavano.Avevamo giusto il tempo per darci una ripulita, saremmo partiti alle prime luci."Dove l'hai presa quella bussola?" "E' un segreto" Tequila era sempre troppo misterioso.
Un bagno caldo,seppur non dei migliori in quelle condizioni,servì a schiarirmi le idee.Se non trovavo Eco, avrei perso la pietra,ma perché avevano preso lei?E da dov'era saltato fuori Tequila?Lui non c'entrava con quella storia.Avrei voluto capirci di più;mentre stavo lì a rimuginare entrò Tequila."Scusa,non sapevo che eri ancora qui".Sorrisi"Certo, come no".Problemi.Li avrei risolti dopo.Ora volevo soltanto lui.
Le cose capitano sempre in fretta.Tequila non fece domande ma io dovevo sapere.Gli chiesi spiegazioni e mi disse che era venuto per me.Sapeva della pietra,sapeva che ero l'unica a poterla custodire,sapeva che sarei morta piuttosto."Chi ti ha dato queste informazioni?Cos'altro sai?""Alice, so tutto".Erano secoli che qualcuno non mi chiamava così.Allora era vero,mio nonno non mentiva.Ero l'unica.L'ultima.Che ironia.
Non risposi.Ripensai ai Custodi,alle storie che giravano sulla pietra.Non ci avevo mai creduto.Diavolo,ero una cacciatrice,una ricercatrice,un agente in missione,ma mi resi improvvisamente conto che in quel modo tornava tutto.Mio nonno,mio padre,tutta la mia vita aveva senso.Beh,tranne che ero sempre sola."Non ti preoccupare.Sono qui per aiutarti".La voce di Tequila suonò lontana,distante,ma sapevo che non mentiva.
Eliot Wood


Cercate il mio Eroe! :D
Se non vi va, pian piano pubblico la storia anche qui!
Ecco i primi capitoli!


Non riuscivo a capire a che punto fossi. La mia vita e la mia strada mi avevano portato fin là. Ma il bello stava per cominciare.

Londra sotto la pioggia sa essere davvero deprimente, se si sta tutto il giorno a leggere chiusi in una bettola che sa di libri e legno. Un bicchiere di porto era quello che ci voleva, ma Eliot aveva finito la bottiglia qualche ora prima. Era l'una e il cliente ancora non si vedeva. 'Ollie mi ha fregato come al solito! Meglio trovare una carrozza e andarmene a letto'. Fece per prendere la giacca, ma poi qualcuno bussò.
La porta si spalancò e Morgan Melville, un ometto grasso e sudaticcio ma molto potente, comparve accompagnato da due scagnozzi. "Il signor Wood, presumo", Eliot annuì, "Che ci fate qui, Melville?" "Non incolpate il vostro amico, Ollie Summer non ci darà fastidio". "Che volete?" "Un libro, signor Wood, ma voi sapete di che parlo, no?" Eliot lo sapeva e sapeva che non aveva scelta, ora che Ollie era morto. "Sì, lo so".
Era ancora notte quando la carrozza si fermò davanti al palazzo. Le finestre illuminate gettavano ombre sinistre sul vicolo buio, da dentro provenivano risate e musica, segno che Madame Vulpes stava gestendo bene gli affari. Fu lei ad aprire la porta, conturbante come sempre. "Sapevo che saresti tornato", disse. "E' pericoloso, ma devo parlarti".Eliot entrò nel bordello, le luci e il chiasso gli sembrarono surreali.
Il racconto era stato breve e concitato, Eliot aveva cominciato dal principio, da quando, tre anni prima, aveva trovato quel libro e rendendosi conto di quanto fosse pericoloso, aveva deciso di liberarsene. Bell sorrise maliziosa:"E invece ecco che ritorna a tormentarti.Che farai?" Eliot guardò Bell, sorrise e rispose: "Andrò a cercarlo. E tu verrai con me". Bell non rispose, ma, accattivante, sorrise a Eliot.
Erano le prime luci dell'alba quando arrivarono alla bottega. Bell aprì la serratura della porta sul retro. "Non hai perso il tocco, eh?" Eliot sorrise. Dentro era buio ma dal caos che s'intravedeva intorno si capiva che qualcuno era già stato lì. "Eliot, sei tu?" LA voce nel buio era quella di Ron Weavery."L'hanno preso. Hanno preso il libro". Eliot aveva perso un'altro amico e, forse, l'ultima speranza di salvare la pelle.
Ollie era morto. Ron era morto.Il libro sparito. Dovevano chiamare la polizia. Dovevano sparire. Trovare il libro. Eliot se ne stava seduto a terra, tra le carte insanguinate dell'amico. Tutto sembrava perso, avrebbero incriminato loro due. Aprì gli occhi e all'improvviso notò un foglietto spuntare dalla tasca della giacca di Ron. Lo prese e lesse un indirizzo e un nome: "L'Oca Spiumata. Joel". Non era molto, ma era già qualcosa.
East End. L'Oca si trovava vicino a Whitechapel. Non era sicuro andarci, di recente qualcuno si divertiva ad ammazzare le prostitute della zona e Bell, che aveva un'amica da quelle parti, diede le indicazioni a Eliot e se ne restò a casa. Eliot aspettò l'ora di chiusura per parlare con Joel. Quando lo vide, Joel intuì subito chi fosse. "So come aiutarti, ma ci servirà un pò di magia.Seguimi". Eliot annuì e incrociò le dita.
La stanza di Joel era piccola e disordinata,ovunque c'erano libri e strani contenitori.Eliot decise di non domandarsi a cosa servissero nè cosa sarebbe successo,si sedette e basta,come gli era stato chiesto di fare.A quel punto non aveva alternative,doveva sperare in Joel.Chiuse gli occhi e non vide niente poi,non appena trangugiò l'intruglio preparato da Joel,tutto sembrò più chiaro ed Eliot finalmente sorrise.
La voce di Joel lo guidava in quella sorta di trance;Eliot non era sicuro di cosa stesse accadendo.Vide una porta,una botola,vide se stesso salire su una carrozza con Bell.Era buio e Londra sembrava ancora più inquietante.Poi vide il libro,tra le sue mani,chiuso.Fu allora che un'altra voce prevalse su quella di Joel e gli parlò "Ce la farai, Eliot.So che puoi".Eliot si svegliò di soprassalto "Sono io,soltanto io".
Eliot non sapeva ancora dove cercare il libro,ma parlare con Joel gli aveva fatto bene.C'era qualcosa di magico e inquietante in quel tipo.Uscì dalla stanza con un biglietto,un indirizzo a Londra,e la consapevolezza che le cose sarebbero cambiate;finalmente aveva capito quanto fosse importante trovare quel vecchio volume e leggerlo.Eppure,quando salì sulla carrozza,gli sembrò di vedere qualcuno,una figura nell'ombra.
Quando arrivò a casa,Bell andò in contro a Eliot preoccupata.Luinon ci mise molto a raccontarle tutto."E credi che questo collezionista sia la chiave di tutto?"Eliot non rispose."Beh,allora forza, dobbiamo andare a parlarci.""Tu non vieni, Bell.E' pericoloso."Lei sorrise,prese una borsa,del denaro e si mise il cappotto."Tesoro,avanti o lo troveremo stecchito come gli altri."Eliot fu contento di averla al suo fianco.
McFey era vecchio, talmente tanto che qualcuno lo considerava leggendario.Era il più grande collezionista di libri di tutta l'Inghilterra ed Eliot aveva sempre desiderato conoscerlo,ma ora,mentre fissava il portone della villa,aveva paura.Paura di trovarlo morto,paura di non ritrovare il libro,paura di scoprire segreti a lungo taciuti.Il domestico aprì e li fece entrare dicendo "Il padrone vi attendeva da tempo,prego"

giovedì 4 febbraio 2010

Il dipinto nascosto

Era una mattina come le altre, sveglia alle 7, di corsa a scuola; 5 ore di lezione che sembrano non finire mai, i compagni che non sopporti, quelli che non vedi l'ora d'incontrare in corridoio o nella calca della ricreazione, giù in cortile, col freddo invernale che si presenta a tutti in nuvole sospese sui nostri pensieri.
La giornata era grigia, malinconica come c'era da aspettarsi, ma d'altronde non poteva che essere così, chiusi in quelle mura che avevano ospitato tanti ragazzi, tante storie, e che ci nascondevano sempre e comunque qualcosa, col loro passato religioso da convento.
E. pensava che quando c'erano giornate del genere, beh, forse era perché anche loro s'erano svegliate con la luna storta, magari erano semplicemente stanche di sorridere...magari la guardavano e si sentivano un po' come lei, condividendo pensieri cupi che - l'avrebbe scoperto anni dopo - sarebbero spariti come le orme sulla rena della spiaggia.
Non c'era un motivo preciso, o forse erano tanti, piccoli ticchettii che insieme costituivano un fastidioso rumore nei suoi pensieri, comunque E. pensava a mondi alternativi, li creava, li ammirava e li cancellava per dare sfogo alla rabbia e alla fantasia. L'equilibrio era difficile da trovare e ci sarebbe voluto del tempo.
Le persone, i visi, i gesti, sembravano scivolare come foglie che cadono dall'albero; le cose non avevano un senso apparente, erano più che altro qualcosa da osservare ed E. si sentiva avvolta da un tempo immobile, in cui le piaceva accoccolarsi e prendersi una pausa.
Quella mattina, però, cambiò una piccola cosa.
Minuscola, ma bella.
Era in classe, a lezione; leggevano The Love song of J. Alfred Prufrock.
La poesia è una creatura strana, ha mille forme e mille idee, intenti e modi che difficilmente si comprendono e si possono condividere, è qualcosa di potente e fragile insieme, un camaleonte che posandosi tra le nostre mani muta colore da persona a persona. E. non sapeva come o cosa significasse leggere e scrivere poesia, ma era come un colpo di fulmine, una folgorazione dolorosa e liberatoria, un grido dalle vette più alte dell'immaginazione, una corsa a perdifiato in mondi nuovi, bellissimi. Ti portava oltre te stesso e ritorno.
E quando tornavi, tutto cambiava.
Lo sguardo le cadde sul libro, noioso come tutti i libri di scuola.
Le parole erano lì, piatte, stampate su una pagina di seconda mano. Buffo.
La poesia era "vecchia" e in più apparteneva a qualcun'altro. Eppure E. capì che non era così.
Quelle parole non erano affatto vecchie, nè di seconda mano, appartenevano al tempo, alla storia ai nostri occhi... vivevano e pulsavano di una forza interna, erano qualcosa di ineffabile.
Poi le strade, i caffé, i ristoranti, e quelle donne, quella notte, i fumi gialli della città... tutto prese corpo, cominciò a muoversi e la poesia si tramutò in un quadro vivo, vivente, nascosto.
Fu allora che E. si rese conto di essere nata per quello.
Fu allora che le giornate non le sembrarono più grigie, ma assunsero colori diversi, sfumature di grigio, piuttosto.
E. abbracciò il suo dipinto nascosto e volò via, oltre i muri, i fili delle radio, dietro le nuvole.


The Love song of J. Alfred Prufrock

S'io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza piu scosse.
Ma perciocche giammai di questo fondo
Non torno vivo alcun, s'i'odo il vero,
Senza tema d'infamia ti rispondo.

Let us go then, you and I,
When the evening is spread out against the sky
Like a patient etherised upon a table;
Let us go, through certain half-deserted streets,
The muttering retreats
Of restless nights in one-night cheap hotels
And sawdust restaurants with oyster-shells:
Streets that follow like tedious argument
Of insidious intent
To lead you to a overwhelming question...
Oh, do not ask, "What is it?"
Let us go and make our visit.

In the room the women come and go
Tarlking of Michelangelo.

The yellow fog that rubs its back upon the window-panes,
The yellow smoke that rubs its muzzle on the window-panes,
Licked its tongue into the corners od the evening,
Lingered upon the pools that stand in drains,
Let fall upon its back the soot that falls from chimneys,
Slipped by terrace, made sudden leap,
And seeing that it was soft October night,
Curled once about the house, and I fell asleep.

And indeed there will be time
For the yellow smoke that slides along the street,
Rubbing its back upon the windod-panes; The will be time, there will be time
To prepare a face to meet the faces that you meet;
The will be time to murder and create,
And time for all the works and days of hands
That lift and drop a question on your plate;
Time for you and time for me,
And time yt for a hundred indecisions,
And for a hundred visions and revisions,
Before the taking of a toast and tea.

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.

And indeed there will be time
To wonder, "Do I dare?" and, "Do I dare?"
Time to turn back and descend the stairs,
With a bald spot in the middle of the hair -
(They will say: "How his hair is growing thin!")
My morning coat, my collar mounting firmly to the chin,
My necktie rich and modest, but assert by a simple pin -
(The will say: "But how his arms and legs are thin!")
Do I dare
Disturb the universe?
In a minute there is time
For decisions and revisions which a minute will reverse.

......

giovedì 23 luglio 2009

Sexy Lady...
Quando la notte cala e si fa culla, e la solitudine sembra una dolce fanciulla distante, non c'è gioco non c'è memoria e comincia così la storia.

Daria aveva un piano, l'aveva preso per mano da bambina, ma le era sfuggito un giorno d'inverno, quando tutto era bruma e gelo e niente c'era di vero.
Scivolava pericolante lungo le vie acciottolate del centro, Roma sembrava una signora infagottata, di vento e pioggia, che la neve era ormai un mito lontano, ardito, forse pure un pò antico. Lei, la neve, l'aveva immortalata nel sorriso di bimba di una foto sbiadita, ormai smarrita altrove.
Ma quella sera il suo tacco 12 aveva percorso la via del cambiamento, presa dal tormento di far qualcosa. E Daria aveva infilato le calze e la gonna invisibile sotto il cappotto consunto, che Roma c'ha i suoi tesori di bottege al ribasso, se sai dove cercare.
E lei, lei era una che sapeva dove cercare.
Una truccatina nello specchio mezzo rotto, una telefonatina. Bussa a qualcuno, toc toc, e sapeva già che chiudendo una porta spesso si apre un portone.
L'indirizzo ce l'aveva, in tasca la speranza.
"Bella sei bella, ma che sai fare?"
"Non saprei", disse lei timida
"Ballare, sai ballare?"
"Posso provare, sono una che si adatta".
"Hai un non so ché, per me va bene".

E così era cominciato tutto, una scala malridotta nelle vie del centro, una gonna stropicciata che sembrava un fazzoletto di pianto e le mani consunte e unte d'un uomo si potrebbe dire di malaffare. Più di mala che di affare e di certo uomo alla lontana.
Ma Daria era una farfalla, volava basso, volava a caso, e oramai aveva scelto.
Male.
E il perché era un dettaglio poco definito.

Passano gli anni, passano i momenti, il tormento resta e s'aggiunge all'ansia da prestazione. Gli uomini sono burattini tra le sue gambe, perché lei sa che fare. Lei sa come girare, come navigare, e lo fa senza più lacrime, quelle della vergogna, del non so che. Lei, ora, inventa il mare.
Inventa storie a non finire, sexy lady oltre ogni dire.
Intorno le cose cambiano e si smontano, ma lei resta sempre in corsa.
Su Daria ci puoi contare, nella notte è un fiume in piena e di giorno rugiada sul cuscino... se ne sta lì, addomestica il tempo ed è pronta a svanire in un istante.
Una sera d'estate camminava leggera tra le luci della sera, la meta era diversa ma non contava.
Ferma al semaforo, mentre si truccava, un giovanotto dall'aria divertita s'avvicinò e le porse una matita.
"Questa è tua, ragazza della notte".
"Non sono più una ragazza...".
"Ma la notte è comunque tua".

Un click scattò nelle sua mente, sapeva di aria e di speranze, risuonava di vita e di sorrisi.
Allora Daria alzò gli occhi, rimise apposto la matita e in un istante che l'era parso fino ad allora lontano, gettò all'aria un'intera vita.

lunedì 20 luglio 2009

Man on the Moon.

Shine è un poeta, per nome, per caso, forse un profeta.
Del giorno sa che rumoreggia di vita e cose, della notte conosce la tristezza della parola.
Sta lì, sveglio a far del vento un filo di seta, intesse mondi e poi li spreca sulla rete invisibile che ci collega.
Sa di frutta e di fresco,la notte, un gelido rintocco. Allora ne sorseggia il succo, la notte poi si fa insidiosa ed eccola che addosso a lui riposa.
Sa di malia e vento, di sogni e pensieri. E lui lì, a cogliere i frammenti dei dormienti.
Sa di sensualità e passione, di occhi e bocche. Allora Shine risplende e fa luce, intreccia cose e gente, luoghi e sentimenti, frasi non dette, frasi spezzate, lasciate a metà e donate al vento. Lui le coglie e ne fa il suo turbamento, poi lo piange fuori e lo dona al mondo.
E la notte glien'è grata, perché Shine il poeta la spoglia del manto di velluto ormai consunto e la fa bella come luce di notte.
Shine è un poeta, per nome, per caso, forse un profeta.
Del giorno sa che ci vive, della notte sa che ne fa parte.
Sì copre di strali e ne fa culla.
L'amico perduto...

Antonio aveva un tesoro ma non di quelli che trovi sotto l'arcobaleno, un gioiello di meccanica e altro che sferraglia a più non posso. Sfrecciava piano, ma ad Antonio sembrava volasse, sulle strade sterrate o che so io, le discese ardite e le risalite, ma poi no, niente deserto.
Ad aspettarli c'erano quasi sempre luci e voci e cose e sensazioni, e Antonio le passava in rassegna piano ogni volta che montava in sella al suo destriero, bianco nero grigio bigio, non importa, quel che conta è la meta, è la corsa.
La corsa.
E corre corre, la locomotiva, sembra quasi cosa viva; e Antonio lo sapeva, lo sentiva. Lo sferragliare era musica per lui, e le dimensioni non contavano, la potenza nemmeno, ma l'affetto quello sì. Non era una moto 10hp, non era cromato, ma lo zip lo portava dove voleva, uomo sulla luna.
Poi, un giorno, il decollo andò male; l'odiatoamato sferragliare non si fece più sentire, al suo posto la luna sveglio le stelle e la camminata, Antonio, se la sentì sotto la pelle.


Shout...

Chiara stasera ha una luce nuova sul viso, quell'imbrunire d'estate che ti apre un sorriso.
E' lì, pronta, sigaretta e borsetta, vestiti comodi e scarpe impolverate.
Di lato, il viso, nasconde una verità appena scoperta, l'aria poi fa il resto, e quando si alzano le prime note la guardi e lo sai che ha un mondo in testa.
E' il suo, l'ha mangiato prima di uscire, di corsa, che la vita è breve e va giù liscia.
Rigira distratta la bionda tra le dita, lei che è rossa fuoco e che della vita ne sa poco; allarga lo sguardo e non vede niente, anche se c'è pieno di gente.
Chiara stasera ha perso qualcosa, l'amore diceva qualcuno, la testa dice la madre, così invece di scacciar via tutti è lei a scappare, corri bimba corri.
E la strada scivola liquida sotto le ruote, mangia chilometri a suon di note; la luce si fa scura e la notte no, non le fa paura. Perché Chiara s'avvolge nel momento, lo guarda, lo ama, e se lo prende. Lei, che della vita ha letto poco e della morte nulla, ora è là, sirena distesa nel buio tra tanta gente che grida.
Shout, shout, Ready or not...
E lei ancora non lo sa che non è pronta, ma la notte no, e la luna assassina la fa brillare suadente come un fiore distante.
E Chiara sogna, Shout, Shout, Ready or not...
Ed è subito mattina.

giovedì 22 gennaio 2009

Esercizi di stile...(quale non si sa!)

Quando ti danno elementi di un film, pochi, dosati col contagocce e liberi di cavalcare nella valle della creazione mentale, ti chiedi: Cosa voglio di più?
Ed eccolo lì, quel margine che ti da fastidio, quel candito che se non ce lo mettevano nel panettone forse forse ti piaceva anche...

Gli elementi: film, anni 60. Protagonista un italiano, una pistola, un poliziotto, un'auto rubata, dei soldi da recuperare, un incontro con una vecchia fiamma. Lei, giovane e bella, giornalista in erba. La cornice: Parigi. Il fatto: lui uccide un poliziotto, lei scopre che il suo amato è un criminale e, combattuta, lo denuncia. Il crollo: l'amore, forse, vince sempre, ma la morte ha comunque l'ultima parola.
Mescolare il tutto in... 30 righe!
Ecco una versione del mio compitino per casa... Andate e distruggete!

L’ultimo respiro
La pioggia cadeva inesorabile, fitta come la tela d’un ragno. Patricia attraversò la strada verso il bistrot. César stava pulendo i tavoli; quando lo vide, si sentì sollevata.
Patricia sedette vicino alla finestra, era quasi ora. La polizia dall’altro lato della strada era pronta a intervenire; Paolo stava per arrivare, forse aveva recuperato i soldi, ma lei cosa gli avrebbe detto?
Un tintinnio, la porta del bistrot, qualcuno era entrato e aveva salutato César. Patricia guardò di nuovo la foto su Le Monde, era proprio lui. Lo sguardo indugiò pochi secondi, poi capì che stava commettendo un errore gravissimo. L’avrebbe perso, per sempre? Non lo sapeva, ma se tornava sui suoi passi proprio ora, avrebbe perso se stessa. Era una giornalista e poi non poteva... non poteva coprire un criminale.
Un criminale, solo a questo riusciva a pensare, Paolo era un criminale. Aveva ucciso un poliziotto, l’avevano riconosciuto, lei l’aveva riconosciuto. E quei soldi, chissà da dove venivano, chi doveva incontrare, dove, perché? Un criminale; due mesi prima, a Malta, pensava fosse bello, con quei capelli un po’ lunghi e biondo cenere, non sembrava nemmeno italiano. L’aveva amato, ma ora? Alzò lo sguardo, l’orologio del bistrot segnava le dodici; le lancette giunte come mani in preghiera le fecero pensare all’India, potevano sempre scappare là. Ma Paolo voleva andare a Roma; lei Roma non l’aveva mai vista ma sapeva che l’avrebbe accolta a braccia aperte. Paolo, invece, cos’avrebbe fatto? Non poteva pensarci, un uomo era morto e la colpa era sua, non poteva negarlo. Un tuono e Patricia alzò lo sguardo. Un poliziotto girava tra i passanti, fingendo indifferenza; poi, lo vide arrivare.
Paolo parcheggiò l’auto, lei non l’aveva mai vista, magari era rubata. Lo vide prendere la giacca e un bel mazzo di fiori. Si voltò e la salutò; il poliziotto lo vide e lentamente cominciò ad avvicinarsi. Poi tutto accadde velocemente.
Paolo si stava mettendo la giacca, quando una pistola gli cadde dalla tasca, la raccolse in fretta per metterla via, ma poi si accorse del poliziotto. Attraversò di corsa la strada per scappare, gettare l’arma da qualche parte; Patricia vide la scena e corse in strada, voleva avvertirlo, avrebbe voluto gridargli di scappare, che era una trappola.
Dicono che quando muori rivedi tutta la tua vita, in pochi istanti. Patricia, china su Paolo, pensò che lui, forse, avrebbe rivisto solo il suo volto. I colori dei petali sparsi a terra e sul cofano della macchina che l’aveva investito, erano sfocati, come ovattati dalle lacrime, mentre Patricia, la voce rotta dal pianto, sospirava piano e, morendo dentro, gli chiedeva perdono.

venerdì 20 giugno 2008

Pausa...

Il caldo attanaglia i cervelli dei lavoratori accaldati alle scrivanie scivolose...
Chiappe sudate si attaccano e schioccano, sopra sedie di finta qualità e colori ancor più improponibili, targate Ikea o roba simile...
Lampadari a pale cigolano sinistri verso l'afa d'agosto che già si presagisce nel silenzio notturno di cortili assonnati, di pomeriggio, di sera...
La paura di perdersi in qualche periferia romana, in cerca dell'ufficio tot di taldetali riecheggia vecchi film, che se li guardi gli attori ti sembra di conoscerli, ma poi scopri che somigliavano solo al pizzicagnolo sotto casa...
La corsa dietro all'autobus, che per miracolo passa in carriera la fermata, è qualcosa di miracoloso anch'essa... perchè svieni su uno degli untuosi sedili, sbragato fianco a fianco a una vecchietta che non si sa come, forse sempre per miracolo o per grazia divina, anziché essere sudata e appiccicaticcia come te, oppure raggrinzita nelle pieghe del tempo, ti sorride e appare fresca, profumata e soprattutto più sana di mente dei lavoratori accaldati di cui sopra...

Ma... In fondo lo sai, è un caldo che fa l'occhiolino, è un caldo che ancora non ha deciso nemmeno lui da che parte stare... perchè ormai ci penseranno altri... "Salve io..." "Sì, certo, ci mancherebbe, richiami... richiameremo..."

Universi alternativi...
Lì, forse, non fa così caldo...

Passi, suole, piedi...
La strada ti scorre sotto, una lingua di fuoco grigio che trattiene memorie nel tempo, "Ce la faccio, sono solo 5 minuti di ritardo..." "Se non viene, che devo pensare?" "Adesso mi incazzo davvero, adesso monto in macchina e mi trasformo in un super sayan..."

Universi fantastici...
Lì, forse, un sorriso lo fai più spesso...

E nel cielo che è un disegno di bimbo, fatto col pennarello, colore azzurro, nuovo nuovo, giotto scatola da 12, nel cielo tu ci vedi una faccina che ti sorride...
Ma invece sei lì, con le tue chiappe attaccate alla sedia, sopravvissuto a un inverno matto, a una primavera che è sempre corta ecco spiegata la sua fretta, eccoti, pronto per un'estate che ha il colore dell'acqua... ecco che all'improvviso, senti una vocina, vedi dei sorrisi... e guardi il tuo problema diventare piccolo piccolo...

La chiamano filosofia, a volte...
La chiamano ironia, molto più spesso...
Ma poi, alla fine, è solo una pausa, come quella che fai quando volti la pagina di un libro...

giovedì 20 dicembre 2007

Take a Glimpse!

Gocce.
Scivolano sulle guance di lei e di lui.
Quando stai a quella distanza, non hai voce.
"Adesso mi bacia."
"Che faccio, la bacio?."
"Oddio... Questo momento non lo sentirò MAI più!"
E nessuno mai l'ha più sentito.
Gocce di pioggia su di noi...

sabato 13 ottobre 2007


Oggi posto questo racconto che ho scritto un po' di tempo fa, perdonatemi se è un po' lungo e tristarello...Non che sia bellissimo, ma tenerlo chiuso in una cartella del pc mi pare inutile...Com'è probabilmente inutile il fatto che io l'abbia scritto...Non so neanche più se mi piace,ma voglio farlo parlare comunque, di sicuro vi posso dire che ho cambiato il finale. Era troppo triste e sinceramente troppo sbrigativo!


L'uomo del Tram

Era un mattino sottile, stiracchiato tra le nuvole sobriamente disposte in cielo.
Il tram arrivò in ritardo di dieci minuti; era affollato, pieno di mattinieri lavoratori. L’odore del freddo era quasi impercettibile, lo si ritrovava solo nei giacconi consunti dei passeggeri. La strada scivolava veloce dai finestrini: case, alberi, visi, negozi, macchine. I passeggeri scendevano silenziosi, a mucchi, anime in processione verso la fine della vita. Poi, all’improvviso, T. lo vide: l’uomo era come assopito dal torpore della folla, stava seduto con un’aria assorta in pensieri complicati, ramificati.
Aveva tra le mani delle buste e un paio di fogliacci che erano evidentemente usati perché s’intravedevano righe d’inchiostro scritte con una calligrafia indefinibile. Indossava degli scarponi marroni infangati e consumati, senza lacci e logorati dal tempo. ‘Che sia un barbone?’ No, non poteva essere un barbone, non c’erano tracce di bottiglie mezze vuote, né quell’alone d’ebbrezza e dimenticanza che li accompagna di solito. No.
L’uomo sembrava provenire da un altro mondo, era diverso, ma non si poteva dire in cosa o perché; sembrava quasi evanescente, nei bagliori dei finestrini. La luce pareva carezzarlo e volerlo nascondere a occhi indiscreti, come fosse un figlio perduto da tempo e ora ritrovato.
Il tram era ripartito già da un po’, aveva fatto altre fermate, ma l’uomo era rimasto seduto. Per tutto il tempo la testa era rimasta china e non se ne capivano i motivi. Non un solo muscolo s’era mosso, persino il respiro era impercettibile, come se a lui non servisse ossigeno per vivere, che i morti non ne hanno bisogni. Forse era questo, forse era morto e nessuno, intorno, l’aveva capito. O magari era semplicemente un poveruomo che si prendeva una pausa dalla vita.
In lui, però, c’era qualcosa, una specie di incanto, di magia, una magica poesia che talvolta si ritrova nei volti degli sconosciuti. Il viso dell’uomo, tuttavia, era appena visibile da sotto uno strambo cappello, così ampio da lasciar scoperto solo il mento. Era un bel mento, aveva di certo molto da raccontare e senza dubbio aveva viaggiato molto, ma allora com’era possibile che ora stava in bilico tra la vita e il sonno su una poltrona lurida d’un tram?
Ipotesi se ne potevano fare tante, troppe, così, come succede in questi casi, T. decise di non voler indagare, e di continuare a fantasticare su quel buffo signore che, raggomitolato come un gatto, riposava in pace in fondo al tram.
Era quasi arrivato a destinazione, mancavano solo cinque fermate, e il tempo non sarebbe affatto bastato a fargli scegliere se rinunciare a scoprire chi fosse l’uomo o se svegliarlo e almeno vederlo in faccia. T. non aveva tempo e invidiava quel tipo che poteva girare tutto il giorno senza preoccuparsi degli orari, godendosi il lento ronzio del motore del tram, la gente che mormora mentre aspetta di scendere, la strada che scorre sotto. Decise di scendere senza svegliarlo, pensò che forse era così che doveva andare, che se ci avrebbe dovuto parlare allora l’avrebbe incontrato quand’era sveglio.
Per tutto il giorno, a lavoro, T. non fece che pensare all’uomo del tram. Non capiva come mai quell’immagine l’avesse colpito così tanto.
La giornata, difficile e faticosa, passò lenta ma indolore, d’altra parte T. faceva uno di quei lavori che dopo un anno già cominci a odiare, e lui, infatti, lo odiava. E odiava se stesso per aver scelto la strada più semplice e aver accettato di chiudersi per 10 ore al giorno in un palazzo asettico e freddo, dove anche la pausa caffè era un’applicazione di buone maniere. Ripensava spesso a quando, da ragazzo, avrebbe voluto girare il mondo; tutti vogliono farlo, ma solo alcuni lo fanno davvero. Era un’idea che ogni tanto gli tornava in mente, ma ci sarebbe voluto un vero incantesimo per smuoverlo dall’ingranaggio in cui s’era incastrato, e lui non aveva più le forze per uscirne da solo. Ma, tutto sommato, T. non era così infelice, a volte riusciva ancora a sorridere e a immaginare, fantasticare, ed era proprio quello che gli era capitato quella mattina sul tram.
Il tram.
Di nuovo pensò a quell’uomo, e sorrise.
La sera avrebbe dovuto prendere di nuovo il tram e così si domandò se l’avrebbe incontrato ancora. Uscì felice e quasi eccitato dal palazzo e arrivò alla fermata. Quando in lontananza vide arrivare il tram, decise che questa volta avrebbe svegliato l’uomo, ci avrebbe parlato e magari gli avrebbe offerto un caffè, o un tè caldo in qualche caffetteria.
Forse avrebbe scoperto che quel tipo era uno che viaggiava in giro per il mondo e avrebbe deciso di partire con lui, finalmente, e di lasciarsi tutto alle spalle perché, lo sapeva, era l’unica cosa giusta da fare. Giusta per lui.
Il tram si fermò e T. cercò l’uomo in vano: il sedile era vuoto e di lui non c’erano tracce.
Sorridendo per aver pensato di poterlo incontrare di nuovo, si sedette e aspettò di tornare a casa, ancora una volta, come ogni giorno.
Ma qualcosa era cambiato, i giorni seguenti T. sperò di incontrare ancora l’uomo del tram e ogni volta che saliva i gradini e non lo vedeva si sentiva strano, un misto tra il felice e il depresso. Pareva quasi che quella fosse stata davvero un’apparizione e T. cominciò a pensare che l’uomo fosse un presagio, che volesse dirgli qualcosa, ma non seppe cosa finché, una mattina che pioveva a dirotto, il tram passò, con il solito ritardo.
La folla salì. La folla scese.
Ma T. quella mattina era in ritardo, cominciò a correre e ce l'avrebbe fatta perchè il tram era ancora fermo. All'improvviso lo vide.
L'uomo del tram era lì, dall'altra parte della strada che guardava la folla correre contro il tempo. Sorrise e poi si voltò, con quello strano cappello sempre calato sulla testa.
T. lo guardò, e improvvisamente il tram ripartì, carico dei dannati da portare ai loro gironi infernali. Così T capì che non doveva più correre e che l'uomo del tram non lo avrebbe mai più rivisto.
Dall'altra parte della strada, ora, c'era solo un cane che zampettava sul bordo del marciapiede.

venerdì 12 ottobre 2007


"Insomma, lo facciamo sul serio?", BJ alzò lo sguardo incuriosito.
"Senti, se non ti regge, puoi sempre lasciar perdere...', rispose ingrugnito lo Smilzo.
"Però pensaci bene, ormai siamo pronti, la cosa si può fare con tranquillità..In fondo se non cominciamo mai..."
BJ rigirò il leccalecca ancora chiuso tra le dita. Gusto banana.
"Va bene, ci sto!Dimmi dove e quando. Ci vedremo lì"
Lo Smilzo diede una sonora pacca sulla spalla dell'amico e gli diede l'appuntamento.
Ore 19.00, davanti al negozio di dolci e caramelle su via del Corso. Lo conosci? BJ lo conosceva, qualche anno prima aveva avuto un'intossicazione alimentare per colpa di troppe caramelle a forma di banana, che aveva ingurgitato nel giro di venti minuti proprio davanti a quel negozio.
Erano cresciuti insieme. Si conoscevano da sempre BJ e lo Smilzo. S'erano scelti loro i soprannomi; i veri nomi non li dicevano mai a nessuno e quando le rispettive nonne gli facevano visita la domenica a pranzo, odiavano essere strattonati come bambolotti. "Carletto, nipotino mio!" e BJ nel frattempo cercava di dimenarsi da quella tenace morsa che era l'abbraccio di Nonna Rosa. Lo stesso valeva per lo Smilzo. Anche sua nonna si chiamava Rosa, ma era il diminutivo di Rosalinda.
I pranzi della domenica, però, non erano solo torture gratuite di baci e abbracci, erano il momento in cui le nonne donavano. Regalavano amore e coccole, ma regalavano anche "soldini per i loro nipotini". Mica male come compromesso.
Nonna Rosa, la nonna dello Smilzo, era morta il mese prima. I genitori non gli avevano spiegato bene per quale motivo, in fondo aveva solo 13 anni ed era ancora troppo piccolo. Ma Mattia, che si faceva chiamare lo Smilzo, aveva capito che di regali da sua nonna non ne avrebbe più avuti. Nè avrebbe più avuto le sue coccole in formato pressa.
Rubare. Se non aveva i soldi si sarebbe preso quello che voleva così. E poi lo facevano tutti. I grandi, i piccoli, i loro amici.
Non avrebbero svaligiato certo una banca o la posta, lo Smilzo sapeva bene che dovevano puntare a qualcosa di più innocente, qualcosa di cui poter far sparire le prove in fretta e senza destare sospetti.
Erano le 19.05, BJ era in ritardo.
Lo Smilzo lo vide arrancare tra la folla, la bicicletta sgangherata. Doveva aver avuto un qualche tipo di incidente. BJ disse no, nessun incidente. Ma il padre, mentre faceva retromarcia nel Box auto, aveva spiaccicato la sua bici contro il muro e si era ammaccata.
In strada c'era parecchia gente, era sabato pomeriggio.
"Come facciamo a filarcela in fretta con tutte queste persone?E se mettiamo sotto qualcuno?"
"BJ, che palle! Insomma, muovi il tuo culone e seguimi, vedrai che ce la facciamo!E poi come si fa a mettere sotto qualcuno con una bicicletta!!?"
Dieci minuti dopo, Lo Smilzo uscì trafelato dal negozietto, con in mano un grosso pacchetto pieno di caramelle, alle sue spalle, vide BJ che sgomitava tra i clienti.
"BJ muoviti!Accidenti!"
"Arrivo arrivo!"
"Ehi, ehm, ragazzo, mi fai vedere lo scontrino per favore?!"
Oh merda! BJ si fiondò fuori dal negozio ed era appena salito sulla sua bicicletta quando lo Smilzo gli gridò dietro
"Ehi, BJ, l'hai preso il ciuccio?"
"Il ciuccio?Oh dico, questo mi sa che ci ha beccato e tu pensi al ciuccio?"
"Cacchio BJ, adesso torni dentro e prendi quel cavolo di ciuccio! Te l'avevo detto, il ciuccio è fondamentale!!Almeno uno a testa!Corri muoviti!"
Due secondi dopo, BJ usciva dal negozio di corsa,un ciuccio gelatinoso in bocca e un'altro nella mano sinistra, col negoziante che aveva cominciato a gridare di fermarli a qualcuno non ben precisato I due inforcarono le biciclette e via di corsa verso la metropolitana. Il negoziante gli correva dietro lanciandogli appresso barattoli di plastica vuoti. I ragazzini, però, avevano imboccato una delle viuzze laterali ed erano spariti sulle loro bicliclette.
Ciuccio in bocca, i due ce l'avevano fatta.
La loro prima rapina! Niente soldi, ma la sensazione che provarono quando finalmente si fermarono a riposare, fu identica alla stretta dell'abbraccio di nonna Rosa.
Dolce come il ciuccio rubato!

martedì 9 ottobre 2007

Fili d'Erba


Ancora pochi passi e sarebbe arrivato al punto più alto del promontorio.
Colin, sigaretta tra le labbra, giacca in spalla, procedeva lento su per la salita.
Il panorama, già da qualche minuto, s'era fatto più ampio e si poteva vedere la città in lontananza. C'era ancora luce, nonostante fosse pomeriggio inoltrato.
Mentre saliva, aveva incrociato una famigliola che stava invece scendendo, per tornare alla macchina. Colin pensò a quale tipo di casa potessero avere, sicuramente una villetta in uno di quei quartieri con le villette a schiera color mattone e la porta in legno verniciata di verde. Per un attimo, incrociando gli occhi del padre di famiglia, un signore giovane sui 35 40 anni, si sentì sollevato di non aver nessuno a cui pensare.
Adesso, ne era certo, il promontorio era tutto per lui, il paesaggio non lo avrebbe condiviso con nessun altro.

Aveva parcheggiato la macchina non troppo lontano e di proposito, visto che non era un posto molto frequentato a quell'ora, aveva lasciato i finestrini aperti e la radio accesa, così da poterla sentire una volta arrivato in cima. Adesso lo speaker raccontava di un nuovo ristorante molto chic aperto la settimana prima.
Mancavano ancora pochi metri.

La vista da lì era splendida, ora il cielo sembrava rame lavorato e dipinto a mano a tinte calde, rosa, rosso, e poi, laggiù, la città.
Somebody to love ruggeva dal finestrino della radio, espandendosi nell'aria.
Colin sentiva come una voce fantasma aleggiare intorno a lui.
'Qualcuno da amare', pensò. Qualcuno.
Già, ma chi? E soprattutto, perchè amare qualcuno che prima o poi sparira come spariscono e finiscono tutte le cose belle?

Era arrivato il momento.

Colin accese la sigaretta.
Ride the wild wind echeggiò con l'alzarsi della brezza fresca delle cinque di pomeriggio.
'Questa volta', pensò, 'Questa volta sono pronto, ce la farò.'

Passò distrattamente una mano tra i fili d'erba, annusò l'odore delle dita sporche di terra bagnata, annusò l'aria, si riempì i polmoni col fumo e lo sbuffò fuori facendo un cerchio piccolo ma perfettamente formato.

Mentre il sole calava, Colin stava sdraiato nel campo, a guardare le ente nuvole muoversi in una corsa millenaria.
La lettera sgusciò fuori dalla tasca della giacca, insieme alla pistola, un ferrovecchio di cui non sapeva nemmeno il nome, il tipo.
Si ricordò di quando col fratello lo trovarono nel campo del nonno, sotterrato vicino a un albero.

Allungò una mano e prese il ferro gelido al tatto.
Gelo.
Era la sensazione giusta.
Una morte rapida e gelida, in un nido caldo e pacifico, eterno.

Spenta la sigaretta, Colin bruciò una fotografia vecchia, quasi del tutto sbiadita; infilò per bene la lettera nella tasca della giacca, si alzò in piedi.

Il sole era quasi sparito ormai, e le luci della città stavano pian piano offuscando le stelle che di lì a poco sarebbero comparse in cielo.

Era libero ora.
Felice.
E il momento era finalmente arrivato.

Strappò una manciata di fili d'erba, li guardò e poi se li infilò in bocca, pensando 'Il mio ultimo pasto, la terra. Grazie.'

Bang.