Visualizzazione post con etichetta Racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Racconti. Mostra tutti i post

martedì 7 settembre 2010

Sestri Levante...
Maya masticava libri e solitudine ma le piaceva ridere del sole e del vento. Camminava svelta, montava in bici la mattina e andava a scuola, coi capelli all'aria vedeva gente e cose sempre diverse, anche se la strada era sempre la stessa.
Maya andava al liceo e aveva già scoperto che le avevano mentito quand'era più piccola, che le cose, poi, non erano tanto diverse.
Rabbia in cortile, palloni sgonfi, banchi sporchi e cicche di sigaretta che non aveva mai visto prima.
Un corridoio lungo da fare tutto, che quando passavi davanti alle classi incontravi sensazioni nuove che ti rotolavano via dalla testa e le prendevi a calci mentre di corsa andavi a sederti al tuo banco.
Maya sapeva di sole ed erba, assente quando capitava, un pensiero vago, un'idea ancora senza corpo, senza forma. Le sarebbe bastato poco per scoprire cos'aveva dentro, e spingere pian piano lo sguardo e i passi dentro altri mondi fatti di libri, volti, posti e musica. Un primo amore iniziato bene e finito male, come tutti del resto.
Era l'anno delle contestazioni, che a chiamarle così ti fan pensare a una cosa seria, al '68, ma che invece erano slanci di indipendenza. E c'erano riunioni, manifestazioni, autogestioni, occupazioni. In fila, dietro lo striscione, a gridare e scalpicciare giù per via Nazionale. Piazza Esedra, non Piazza della Repubblica, mi raccomando! Era inverno a Roma, e la musica affollava i lunghi pomeriggi di vuoto.
E la ragazza andava via leggera, che pareva volare... è Sestri Levante, la canticchiava di continuo. Lui veniva da lontano, e con sé portava un mondo nuovo.
Sanpietrini scivolosi, bici e scarpe rotte, un sorriso, un viso: Oggi è Sestri Levante, oggi è Sestri Levante, oggi è Sestri Levante... e Maya diventa musica e la musica ricordo e il ricordo passato diventa potere, memoria.
E la ragazza andava via leggera, che pareva volare....


sabato 20 febbraio 2010

Sierra

Seguite anche lei!

Non riuscivo a capire a che punto fossi. La mia vita e la mia strada mi avevano portato fin là. Ma il bello stava per cominciare.

Mi avevano beccato ed ero sola. Ricordo che per un attimo mi venne voglia di piangere, gridare, poi sentii solo l'acciaio gelido della mia katana.Allora seppi cosa dovevo fare. Mi alzai, Gin era a terra, morto. Vicino a lui c'era uno dei cattivi, gli tolsi la pistola dalle mani insanguinate e rubai un caricatore, 'Qualche pallottola in più mi farà comodo'. Non c'era tempo da perdere: Eco era sparita e io sarei morta.
Da piccola volevo fare la principessa, l'avevo scritto in un diario. Non so perché ripensai a quel fatto. La mia vita, quella di prima, non esisteva più da troppo tempo. Dicono che il diario è come un amico di cui puoi fidarti, io avevo solo la mia katana, e miei muscoli e il mio cervello. Uscii di corsa dal caseggiato, rubai una macchina... in paese erano tutti morti. Fu allora che mi accorsi del silenzio. 'Bingo'.
Tequila. Ma certo. Poteva essere solo lui. Due anni fa mi aveva scaricato durante una missione ed era sparito. Ora eccolo lì, con un sombrero, un poncho e quel sorriso per il quale uccideresti. "L'hanno presa", intendeva Eco. "Muoviamoci, mi spiegherai dopo". Tequila era uno di poche parole. Per fortuna. Avviai il motore e lui saltò su; non avevo alternative: dovevo raccontargli tutto, altrimenti avrei perso la pietra.
Era notte quando accadde. Dormivamo nell'auto, fuori la notte del deserto. sentii un rumore, non so cosa, ma per sicurezza svegliai Tequila e misi in moto. L'auto non partiva. 'Merda'. "Sierra, fa silenzio". Restammo in ascolto: niente. All'improvviso qualcuno, qualcosa, saltò sul tetto dell'auto e in un modo o nell'altro riuscì a squarciare la carrozzeria. Tequila fece per scendere ma lo fermai "Scappiamo, cazzo".
L'auto era miracolosamente ripartita, ma non avevamo una meta e ci serviva aiuto.Tequila aveva uno strano aggeggio, disse che ci avrebbe portato dagli altri, che saremmo stati al sicuro. Non mi fidavo di quel bastardo, ma non c'era tempo da perdere, dovevo fidarmi di lui. Sfrecciavamo nel deserto veloci come il vento quando lo guardai di traverso e vidi che continuava a fissare una bussola, "Che roba è?" Sorrise.
"Ci tirerà fuori dai guai.Guarda laggiù" In lontananza vidi le sagome di alcune abitazioni e dei furgoni. I nostri. Com'era possibile? Eco era con loro?Quando scendemmo dall'auto, Raven ci venne in contro sorridente e disse che ci aspettavano.Avevamo giusto il tempo per darci una ripulita, saremmo partiti alle prime luci."Dove l'hai presa quella bussola?" "E' un segreto" Tequila era sempre troppo misterioso.
Un bagno caldo,seppur non dei migliori in quelle condizioni,servì a schiarirmi le idee.Se non trovavo Eco, avrei perso la pietra,ma perché avevano preso lei?E da dov'era saltato fuori Tequila?Lui non c'entrava con quella storia.Avrei voluto capirci di più;mentre stavo lì a rimuginare entrò Tequila."Scusa,non sapevo che eri ancora qui".Sorrisi"Certo, come no".Problemi.Li avrei risolti dopo.Ora volevo soltanto lui.
Le cose capitano sempre in fretta.Tequila non fece domande ma io dovevo sapere.Gli chiesi spiegazioni e mi disse che era venuto per me.Sapeva della pietra,sapeva che ero l'unica a poterla custodire,sapeva che sarei morta piuttosto."Chi ti ha dato queste informazioni?Cos'altro sai?""Alice, so tutto".Erano secoli che qualcuno non mi chiamava così.Allora era vero,mio nonno non mentiva.Ero l'unica.L'ultima.Che ironia.
Non risposi.Ripensai ai Custodi,alle storie che giravano sulla pietra.Non ci avevo mai creduto.Diavolo,ero una cacciatrice,una ricercatrice,un agente in missione,ma mi resi improvvisamente conto che in quel modo tornava tutto.Mio nonno,mio padre,tutta la mia vita aveva senso.Beh,tranne che ero sempre sola."Non ti preoccupare.Sono qui per aiutarti".La voce di Tequila suonò lontana,distante,ma sapevo che non mentiva.
Eliot Wood


Cercate il mio Eroe! :D
Se non vi va, pian piano pubblico la storia anche qui!
Ecco i primi capitoli!


Non riuscivo a capire a che punto fossi. La mia vita e la mia strada mi avevano portato fin là. Ma il bello stava per cominciare.

Londra sotto la pioggia sa essere davvero deprimente, se si sta tutto il giorno a leggere chiusi in una bettola che sa di libri e legno. Un bicchiere di porto era quello che ci voleva, ma Eliot aveva finito la bottiglia qualche ora prima. Era l'una e il cliente ancora non si vedeva. 'Ollie mi ha fregato come al solito! Meglio trovare una carrozza e andarmene a letto'. Fece per prendere la giacca, ma poi qualcuno bussò.
La porta si spalancò e Morgan Melville, un ometto grasso e sudaticcio ma molto potente, comparve accompagnato da due scagnozzi. "Il signor Wood, presumo", Eliot annuì, "Che ci fate qui, Melville?" "Non incolpate il vostro amico, Ollie Summer non ci darà fastidio". "Che volete?" "Un libro, signor Wood, ma voi sapete di che parlo, no?" Eliot lo sapeva e sapeva che non aveva scelta, ora che Ollie era morto. "Sì, lo so".
Era ancora notte quando la carrozza si fermò davanti al palazzo. Le finestre illuminate gettavano ombre sinistre sul vicolo buio, da dentro provenivano risate e musica, segno che Madame Vulpes stava gestendo bene gli affari. Fu lei ad aprire la porta, conturbante come sempre. "Sapevo che saresti tornato", disse. "E' pericoloso, ma devo parlarti".Eliot entrò nel bordello, le luci e il chiasso gli sembrarono surreali.
Il racconto era stato breve e concitato, Eliot aveva cominciato dal principio, da quando, tre anni prima, aveva trovato quel libro e rendendosi conto di quanto fosse pericoloso, aveva deciso di liberarsene. Bell sorrise maliziosa:"E invece ecco che ritorna a tormentarti.Che farai?" Eliot guardò Bell, sorrise e rispose: "Andrò a cercarlo. E tu verrai con me". Bell non rispose, ma, accattivante, sorrise a Eliot.
Erano le prime luci dell'alba quando arrivarono alla bottega. Bell aprì la serratura della porta sul retro. "Non hai perso il tocco, eh?" Eliot sorrise. Dentro era buio ma dal caos che s'intravedeva intorno si capiva che qualcuno era già stato lì. "Eliot, sei tu?" LA voce nel buio era quella di Ron Weavery."L'hanno preso. Hanno preso il libro". Eliot aveva perso un'altro amico e, forse, l'ultima speranza di salvare la pelle.
Ollie era morto. Ron era morto.Il libro sparito. Dovevano chiamare la polizia. Dovevano sparire. Trovare il libro. Eliot se ne stava seduto a terra, tra le carte insanguinate dell'amico. Tutto sembrava perso, avrebbero incriminato loro due. Aprì gli occhi e all'improvviso notò un foglietto spuntare dalla tasca della giacca di Ron. Lo prese e lesse un indirizzo e un nome: "L'Oca Spiumata. Joel". Non era molto, ma era già qualcosa.
East End. L'Oca si trovava vicino a Whitechapel. Non era sicuro andarci, di recente qualcuno si divertiva ad ammazzare le prostitute della zona e Bell, che aveva un'amica da quelle parti, diede le indicazioni a Eliot e se ne restò a casa. Eliot aspettò l'ora di chiusura per parlare con Joel. Quando lo vide, Joel intuì subito chi fosse. "So come aiutarti, ma ci servirà un pò di magia.Seguimi". Eliot annuì e incrociò le dita.
La stanza di Joel era piccola e disordinata,ovunque c'erano libri e strani contenitori.Eliot decise di non domandarsi a cosa servissero nè cosa sarebbe successo,si sedette e basta,come gli era stato chiesto di fare.A quel punto non aveva alternative,doveva sperare in Joel.Chiuse gli occhi e non vide niente poi,non appena trangugiò l'intruglio preparato da Joel,tutto sembrò più chiaro ed Eliot finalmente sorrise.
La voce di Joel lo guidava in quella sorta di trance;Eliot non era sicuro di cosa stesse accadendo.Vide una porta,una botola,vide se stesso salire su una carrozza con Bell.Era buio e Londra sembrava ancora più inquietante.Poi vide il libro,tra le sue mani,chiuso.Fu allora che un'altra voce prevalse su quella di Joel e gli parlò "Ce la farai, Eliot.So che puoi".Eliot si svegliò di soprassalto "Sono io,soltanto io".
Eliot non sapeva ancora dove cercare il libro,ma parlare con Joel gli aveva fatto bene.C'era qualcosa di magico e inquietante in quel tipo.Uscì dalla stanza con un biglietto,un indirizzo a Londra,e la consapevolezza che le cose sarebbero cambiate;finalmente aveva capito quanto fosse importante trovare quel vecchio volume e leggerlo.Eppure,quando salì sulla carrozza,gli sembrò di vedere qualcuno,una figura nell'ombra.
Quando arrivò a casa,Bell andò in contro a Eliot preoccupata.Luinon ci mise molto a raccontarle tutto."E credi che questo collezionista sia la chiave di tutto?"Eliot non rispose."Beh,allora forza, dobbiamo andare a parlarci.""Tu non vieni, Bell.E' pericoloso."Lei sorrise,prese una borsa,del denaro e si mise il cappotto."Tesoro,avanti o lo troveremo stecchito come gli altri."Eliot fu contento di averla al suo fianco.
McFey era vecchio, talmente tanto che qualcuno lo considerava leggendario.Era il più grande collezionista di libri di tutta l'Inghilterra ed Eliot aveva sempre desiderato conoscerlo,ma ora,mentre fissava il portone della villa,aveva paura.Paura di trovarlo morto,paura di non ritrovare il libro,paura di scoprire segreti a lungo taciuti.Il domestico aprì e li fece entrare dicendo "Il padrone vi attendeva da tempo,prego"

giovedì 4 febbraio 2010

Il dipinto nascosto

Era una mattina come le altre, sveglia alle 7, di corsa a scuola; 5 ore di lezione che sembrano non finire mai, i compagni che non sopporti, quelli che non vedi l'ora d'incontrare in corridoio o nella calca della ricreazione, giù in cortile, col freddo invernale che si presenta a tutti in nuvole sospese sui nostri pensieri.
La giornata era grigia, malinconica come c'era da aspettarsi, ma d'altronde non poteva che essere così, chiusi in quelle mura che avevano ospitato tanti ragazzi, tante storie, e che ci nascondevano sempre e comunque qualcosa, col loro passato religioso da convento.
E. pensava che quando c'erano giornate del genere, beh, forse era perché anche loro s'erano svegliate con la luna storta, magari erano semplicemente stanche di sorridere...magari la guardavano e si sentivano un po' come lei, condividendo pensieri cupi che - l'avrebbe scoperto anni dopo - sarebbero spariti come le orme sulla rena della spiaggia.
Non c'era un motivo preciso, o forse erano tanti, piccoli ticchettii che insieme costituivano un fastidioso rumore nei suoi pensieri, comunque E. pensava a mondi alternativi, li creava, li ammirava e li cancellava per dare sfogo alla rabbia e alla fantasia. L'equilibrio era difficile da trovare e ci sarebbe voluto del tempo.
Le persone, i visi, i gesti, sembravano scivolare come foglie che cadono dall'albero; le cose non avevano un senso apparente, erano più che altro qualcosa da osservare ed E. si sentiva avvolta da un tempo immobile, in cui le piaceva accoccolarsi e prendersi una pausa.
Quella mattina, però, cambiò una piccola cosa.
Minuscola, ma bella.
Era in classe, a lezione; leggevano The Love song of J. Alfred Prufrock.
La poesia è una creatura strana, ha mille forme e mille idee, intenti e modi che difficilmente si comprendono e si possono condividere, è qualcosa di potente e fragile insieme, un camaleonte che posandosi tra le nostre mani muta colore da persona a persona. E. non sapeva come o cosa significasse leggere e scrivere poesia, ma era come un colpo di fulmine, una folgorazione dolorosa e liberatoria, un grido dalle vette più alte dell'immaginazione, una corsa a perdifiato in mondi nuovi, bellissimi. Ti portava oltre te stesso e ritorno.
E quando tornavi, tutto cambiava.
Lo sguardo le cadde sul libro, noioso come tutti i libri di scuola.
Le parole erano lì, piatte, stampate su una pagina di seconda mano. Buffo.
La poesia era "vecchia" e in più apparteneva a qualcun'altro. Eppure E. capì che non era così.
Quelle parole non erano affatto vecchie, nè di seconda mano, appartenevano al tempo, alla storia ai nostri occhi... vivevano e pulsavano di una forza interna, erano qualcosa di ineffabile.
Poi le strade, i caffé, i ristoranti, e quelle donne, quella notte, i fumi gialli della città... tutto prese corpo, cominciò a muoversi e la poesia si tramutò in un quadro vivo, vivente, nascosto.
Fu allora che E. si rese conto di essere nata per quello.
Fu allora che le giornate non le sembrarono più grigie, ma assunsero colori diversi, sfumature di grigio, piuttosto.
E. abbracciò il suo dipinto nascosto e volò via, oltre i muri, i fili delle radio, dietro le nuvole.


The Love song of J. Alfred Prufrock

S'io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza piu scosse.
Ma perciocche giammai di questo fondo
Non torno vivo alcun, s'i'odo il vero,
Senza tema d'infamia ti rispondo.

Let us go then, you and I,
When the evening is spread out against the sky
Like a patient etherised upon a table;
Let us go, through certain half-deserted streets,
The muttering retreats
Of restless nights in one-night cheap hotels
And sawdust restaurants with oyster-shells:
Streets that follow like tedious argument
Of insidious intent
To lead you to a overwhelming question...
Oh, do not ask, "What is it?"
Let us go and make our visit.

In the room the women come and go
Tarlking of Michelangelo.

The yellow fog that rubs its back upon the window-panes,
The yellow smoke that rubs its muzzle on the window-panes,
Licked its tongue into the corners od the evening,
Lingered upon the pools that stand in drains,
Let fall upon its back the soot that falls from chimneys,
Slipped by terrace, made sudden leap,
And seeing that it was soft October night,
Curled once about the house, and I fell asleep.

And indeed there will be time
For the yellow smoke that slides along the street,
Rubbing its back upon the windod-panes; The will be time, there will be time
To prepare a face to meet the faces that you meet;
The will be time to murder and create,
And time for all the works and days of hands
That lift and drop a question on your plate;
Time for you and time for me,
And time yt for a hundred indecisions,
And for a hundred visions and revisions,
Before the taking of a toast and tea.

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.

And indeed there will be time
To wonder, "Do I dare?" and, "Do I dare?"
Time to turn back and descend the stairs,
With a bald spot in the middle of the hair -
(They will say: "How his hair is growing thin!")
My morning coat, my collar mounting firmly to the chin,
My necktie rich and modest, but assert by a simple pin -
(The will say: "But how his arms and legs are thin!")
Do I dare
Disturb the universe?
In a minute there is time
For decisions and revisions which a minute will reverse.

......

venerdì 18 dicembre 2009

Mary P. e il viale senza ciliegi (Parte 5)

L'armadio s'era rivelato angusto... nel buio, tra pellicce morbide e maglioni invecchiati, i passi secchi sul legno erano diventati più acuti, come se camminassero su strada. Pian piano, il buio pesto che li circondava in quel passaggio stretto aveva cominciato a diradare e in lontananza c'era una specie di luce, ma non artificiale, nè di candela... era naturale.
Oscuro procedeva a tentoni, con una mano puntava avanti a lui una torcia che, non se ne rese subito conto, non s'era accesa, e con l'altra si reggeva alla parete dell'armadio quando, all'improvviso, si rese conto che l'armadio era sparito... guardò a terra e vide del terriccio indistinguibile in quella penombra e la mano, che scorreva lungo il muro, stava davvero toccando un muro! Era pietra, mattoncini forse, fredda e ruvida. Oscuro si rese conto che quello che stavano percorrendo non era affatto un sentiero, nè un passaggio dietro l'armadio... erano finiti in un viottolo, al confine, forse, con un altro mondo...
Possibile? D'altronde per arrivare là aveva affrontato all'incirca una situazione simile...
Aumentò il passo e s'avvantaggio rispetto al compagno, che sentiva farsi sempre più silenzioso, intento com'era a non inciampare nel mantello logoro troppo lungo...
Quello che vide, uscendo dal viottolo buio, aveva davvero dell'incredibile e Oscuro non poté far altro che bloccarsi a bocca aperta, lasciando cadere a terra la torcia rotta.

giovedì 23 luglio 2009

Sexy Lady...
Quando la notte cala e si fa culla, e la solitudine sembra una dolce fanciulla distante, non c'è gioco non c'è memoria e comincia così la storia.

Daria aveva un piano, l'aveva preso per mano da bambina, ma le era sfuggito un giorno d'inverno, quando tutto era bruma e gelo e niente c'era di vero.
Scivolava pericolante lungo le vie acciottolate del centro, Roma sembrava una signora infagottata, di vento e pioggia, che la neve era ormai un mito lontano, ardito, forse pure un pò antico. Lei, la neve, l'aveva immortalata nel sorriso di bimba di una foto sbiadita, ormai smarrita altrove.
Ma quella sera il suo tacco 12 aveva percorso la via del cambiamento, presa dal tormento di far qualcosa. E Daria aveva infilato le calze e la gonna invisibile sotto il cappotto consunto, che Roma c'ha i suoi tesori di bottege al ribasso, se sai dove cercare.
E lei, lei era una che sapeva dove cercare.
Una truccatina nello specchio mezzo rotto, una telefonatina. Bussa a qualcuno, toc toc, e sapeva già che chiudendo una porta spesso si apre un portone.
L'indirizzo ce l'aveva, in tasca la speranza.
"Bella sei bella, ma che sai fare?"
"Non saprei", disse lei timida
"Ballare, sai ballare?"
"Posso provare, sono una che si adatta".
"Hai un non so ché, per me va bene".

E così era cominciato tutto, una scala malridotta nelle vie del centro, una gonna stropicciata che sembrava un fazzoletto di pianto e le mani consunte e unte d'un uomo si potrebbe dire di malaffare. Più di mala che di affare e di certo uomo alla lontana.
Ma Daria era una farfalla, volava basso, volava a caso, e oramai aveva scelto.
Male.
E il perché era un dettaglio poco definito.

Passano gli anni, passano i momenti, il tormento resta e s'aggiunge all'ansia da prestazione. Gli uomini sono burattini tra le sue gambe, perché lei sa che fare. Lei sa come girare, come navigare, e lo fa senza più lacrime, quelle della vergogna, del non so che. Lei, ora, inventa il mare.
Inventa storie a non finire, sexy lady oltre ogni dire.
Intorno le cose cambiano e si smontano, ma lei resta sempre in corsa.
Su Daria ci puoi contare, nella notte è un fiume in piena e di giorno rugiada sul cuscino... se ne sta lì, addomestica il tempo ed è pronta a svanire in un istante.
Una sera d'estate camminava leggera tra le luci della sera, la meta era diversa ma non contava.
Ferma al semaforo, mentre si truccava, un giovanotto dall'aria divertita s'avvicinò e le porse una matita.
"Questa è tua, ragazza della notte".
"Non sono più una ragazza...".
"Ma la notte è comunque tua".

Un click scattò nelle sua mente, sapeva di aria e di speranze, risuonava di vita e di sorrisi.
Allora Daria alzò gli occhi, rimise apposto la matita e in un istante che l'era parso fino ad allora lontano, gettò all'aria un'intera vita.

lunedì 20 luglio 2009

Man on the Moon.

Shine è un poeta, per nome, per caso, forse un profeta.
Del giorno sa che rumoreggia di vita e cose, della notte conosce la tristezza della parola.
Sta lì, sveglio a far del vento un filo di seta, intesse mondi e poi li spreca sulla rete invisibile che ci collega.
Sa di frutta e di fresco,la notte, un gelido rintocco. Allora ne sorseggia il succo, la notte poi si fa insidiosa ed eccola che addosso a lui riposa.
Sa di malia e vento, di sogni e pensieri. E lui lì, a cogliere i frammenti dei dormienti.
Sa di sensualità e passione, di occhi e bocche. Allora Shine risplende e fa luce, intreccia cose e gente, luoghi e sentimenti, frasi non dette, frasi spezzate, lasciate a metà e donate al vento. Lui le coglie e ne fa il suo turbamento, poi lo piange fuori e lo dona al mondo.
E la notte glien'è grata, perché Shine il poeta la spoglia del manto di velluto ormai consunto e la fa bella come luce di notte.
Shine è un poeta, per nome, per caso, forse un profeta.
Del giorno sa che ci vive, della notte sa che ne fa parte.
Sì copre di strali e ne fa culla.
L'amico perduto...

Antonio aveva un tesoro ma non di quelli che trovi sotto l'arcobaleno, un gioiello di meccanica e altro che sferraglia a più non posso. Sfrecciava piano, ma ad Antonio sembrava volasse, sulle strade sterrate o che so io, le discese ardite e le risalite, ma poi no, niente deserto.
Ad aspettarli c'erano quasi sempre luci e voci e cose e sensazioni, e Antonio le passava in rassegna piano ogni volta che montava in sella al suo destriero, bianco nero grigio bigio, non importa, quel che conta è la meta, è la corsa.
La corsa.
E corre corre, la locomotiva, sembra quasi cosa viva; e Antonio lo sapeva, lo sentiva. Lo sferragliare era musica per lui, e le dimensioni non contavano, la potenza nemmeno, ma l'affetto quello sì. Non era una moto 10hp, non era cromato, ma lo zip lo portava dove voleva, uomo sulla luna.
Poi, un giorno, il decollo andò male; l'odiatoamato sferragliare non si fece più sentire, al suo posto la luna sveglio le stelle e la camminata, Antonio, se la sentì sotto la pelle.


Shout...

Chiara stasera ha una luce nuova sul viso, quell'imbrunire d'estate che ti apre un sorriso.
E' lì, pronta, sigaretta e borsetta, vestiti comodi e scarpe impolverate.
Di lato, il viso, nasconde una verità appena scoperta, l'aria poi fa il resto, e quando si alzano le prime note la guardi e lo sai che ha un mondo in testa.
E' il suo, l'ha mangiato prima di uscire, di corsa, che la vita è breve e va giù liscia.
Rigira distratta la bionda tra le dita, lei che è rossa fuoco e che della vita ne sa poco; allarga lo sguardo e non vede niente, anche se c'è pieno di gente.
Chiara stasera ha perso qualcosa, l'amore diceva qualcuno, la testa dice la madre, così invece di scacciar via tutti è lei a scappare, corri bimba corri.
E la strada scivola liquida sotto le ruote, mangia chilometri a suon di note; la luce si fa scura e la notte no, non le fa paura. Perché Chiara s'avvolge nel momento, lo guarda, lo ama, e se lo prende. Lei, che della vita ha letto poco e della morte nulla, ora è là, sirena distesa nel buio tra tanta gente che grida.
Shout, shout, Ready or not...
E lei ancora non lo sa che non è pronta, ma la notte no, e la luna assassina la fa brillare suadente come un fiore distante.
E Chiara sogna, Shout, Shout, Ready or not...
Ed è subito mattina.

mercoledì 8 aprile 2009

Mary P. e il viale senza ciliegi. (Parte 4)

Oscuro tolse pian piano le mani dal viso per abituarsi alla luce accecante. Sfocato, vicino a lui, intravide SuperS.
"Dove cazzo siamo finiti?"
"Credo... credo che ha funzionato."
"Potevano evitare tutta sta luce, allora. Merda, non vedo niente."
"Sta zitto e seguimi. C'è una specie di sentiero."
SuperS avanzò verso l'ignoto, ma del resto, immersi in quella radura di luce e foglie non potevano far altro.
"Aspettami! Il dannato sentiero io non lo vedo... ah, merda la luce!"
"Benvenuti", disse una voce che sembrava provenire da tutto intorno.
Oscuro e SuperS si girarono e rivoltarono, poi la videro.
Una figura sottile, forse di donna, stava in piedi proprio davanti a loro. Era comparsa dal nulla e ora li fissava serafica.
"Chi sei?" azzardò SuperS.
"Sei un angelo?" Oscuro cercò di avvicinarsi per nascondere un vago timore.
La donna sorrise serafica, poi disse: "Sono End, e voi vi trovate ai confini del Regno. Io sono qui per accogliervi e condurvi al Principio. Seguitemi, Once vi aspetta già da un pò."
Oscuro e SuperS si guardarono increduli, poi, non appena si voltarono, videro che End era già un pezzo avanti così affettarono il passo e la seguirono.


*

La stanza sembrava ancora dormire silenziosa in una penombra calda e assopita, color tè depositato da tempo, misto al caldo croccante del sole trattenuto da tende scure. L'aria sapeva di caffè e latte evaporato in nuvole fumanti, mescolate a sprazzi di quell'odore indefinibile che hanno solo i bambini.
Almeno fino a una certa età.
Once era sveglio già da un pezzo ma in fondo, per lui, il Tempo non era una questione di cui preoccuparsi.

Era più un amico di cui si beffava con uno sguardo sornione e un'irriverenza data dall'età; giovane o vecchio che fosse, Once restava in ogni sua inesistente fibra quello che comunemente si definisce indefinibile, entità pura, energia pura, e molte altro ancora.
Once era il Tempo.
Certo.
Ma solo in parte.
Il suo mondo era parte di lui, come se fosse il Signore dei Sogni, re di un regno tutto a sé, distante dalla realtà eppure così pervaso da essa. Once era guardiano dei mondi creati dalla fantasia umana, ne conservava i segreti, le magie, le mistiche energie che lo governavano.
Nessuno sa dire quando è comparso, da dove è arrivato, semplicemente lui c'è sempre stato, nella sua torre di pietre, a vagare di storia in storia, di secolo in secolo. Non si sa nemmeno se prima di lui sia esistito qualcun'altro, ma sono in molti a credere che Once abbia la strana tendenza a mutare forma. Talvolta qualcuno l'ha descritto come un ragazzetto vispo e curioso, qualcun altro come un vecchio piegato dal tempo; tutto questo aveva pian piano dato vita a molte altre storie nella storia, generando stralci narrativi nel mondo fantastico che di tanto in tanto avevano sfiorato il mondo reale dell'uomo, spingendo qualcuno a crederci davvero.
Ma questa è la solita, proverbiale, altra storia.

"Signore, è svelgio?"
Una figura minuta e incerta scivolò silenziosa nella stanza in penombra, in mano reggeva un vassoio tintinnante.
"Pit, sei tu?" chiese Once dal profondo della stanza.
"Sì, signore".
"Quante volte devo dirtelo di non chiamarmi così! Avanti, entra ".
"Signore, le ho portato da mangiare".
"Oggi no, non vedi in che condizioni sono?", sbuffò Once, con un accenno di tosse catarrosa.
"Be', io glielo lascio qui".
Incipit fece per andar via, ma poi girò i tacchi, come attratto da una mistica calamita.
"Signore?"
"Che c'è?"
"End non è ancora tornata. Crede... Crede... Mmm..."
"Siamo alle solite..."
"Come dice?"
"Siamo alle solite, Pit! Non sai mai come andare avanti e poi tra un minuto comincerai a balbettare e a farneticare le solite frasi, quelle più famose e così via, finché non mi toccherà alzarmi dalla mia poltrona... e sai che odio alzarmi dalla mia poltrona!"
Incipit prese coraggio e con ancora un pò di esitazione provò ad andare avanti.
"Crede che ci siano stati dei problemi?"
"Con End?"
"Sì. Be', sa... in fondo non sappiamo nulla di quei due. E poi, la conosce com'è fatta End".
"Pit, io so esattamente come sono quei due. E credimi, End la conosco ancor più di quanto tu creda".
"Allora non farà niente?"
"Non serve. So che stanno arrivando. Lo so per certo".

Once guardò il suo riflesso sfumato in un angolo del vetro della finestra coperta quasi per intero dalla tenda scura.
Avvertendo il crescere della solita sensazione che di solito provava in quei momenti, Once ghignò compiaciuto pensando che ormai mancava poco; l'adrenalina avrebbe raggiunto il suo apice, salendo lenta ma inesorabile lungo ogni fibra del suo corpo di vecchio, e l'avrebbe trasformato ancora e ancora.
Già, un'altra storia stava per essere scritta.
*
Oscuro e SuperS camminavano fianco a fianco, la loro eterea guida li precedeva di pochi passi.
"Allora, che ne pensi?".
"Non so, mi sembra apposto".
"SuperCoso, non prendermi in giro! Usa quelle tue diavolerie e dimmi dove cavolo ci troviamo, non ne posso più di questo paesaggio!"
SuperS rallentò il passo, si guardò in torno e rimase perplesso.
Il sentiero passava in una specie di bosco, ma non il solito bosco. Qui tutto sembrava brillare di luce propria anche se, in effetti, il sole era là da qualche parte trattenuto dalle foglie di alberi immensi. Le piante sembravano muoversi, respirare, qualcuno pareva persino parlare e, guardando con più attenzione, si potevano scorgere qui e lì visi nascosti nel legno di grossi alberi.

"I miei poteri non mi aiutano".
"Ti pareva. Mi spieghi come fai a stare tranquillo, allora?"
"Be', abbiamo sempre il sentiero. Se dobbiamo tornare nel... Ehm... Nel nostro mondo, basta che alziamo i tacchi e facciamo dietro front," SuperS sembrava convinto, ma Oscuro era ancora più scettico del solito.
"Che razza di mondo è? No dico, sembra di stare a Fangorn..."
"Dove?"
"Fangorn!! Non hai letto Il Signore degli Anelli!?!" Oscuro sembrava alquanto sconcertato di fronte alla notizia.
"Ehm... Intendi quel librone enorme, quello che hai sulla scrivania da, tipo, sempre? No, non l'ho letto".
"Ehi, e tu che ne sai della mia scrivania?"
"Dici che mi piacerebbe? No perché è piuttosto lungo e sai, be'... Non ho molto tempo per leggere, tra salvare vite umane e bloccare straripamenti di dighe, c'è anche il lavoro sporco..."
"Sei entrato in casa mia? Stai cercando di dirmi questo? Complimenti, hai scelto davvero un bel momento!"
"...Il fatto è che non mi piace cominciare un libro senza essere sicuro che lo finirò, odio lasciarli a metà".
"Cristo ma vuoi ascoltarmi!!"
"Scusa... ehm, dicevi?"
"Ah, lascia stare. Comunque non lo finiresti mai, anzi, conoscendoti forse nemmeno ti piace".
"Be', ehm... so che è un libro famoso, e-"
"Oh, al diavolo!La Foresta di Fangorn è un posto inquietante e le piante ricordano queste qui, bello mio. Sembrano vive, insomma".
"Questa non è una foresta...E tu hai cambiato argomento"
"Il punto è che di diverso qui è tutto stranamente luminoso, sembra di stare in una favoletta per mocciose... E poi non ho cambiato argomento, parliamo di Fangor! Quindi non ho cambiato argomento!"
"Già, ma comunque questa non è una foresta... E poi dove si trova questa Fangorn che dici? Che c'entra il libro di prima?".
"Cosa?"
"Dicevo solo che questa non è una foresta".
"Fa lo stesso".
"Ma bosco e foresta non sono due cose diverse?"
"Dacci un taglio".
Oscuro affrettò il passo cercando di raggiungere End, qualche metro più avanti.
"Siamo quasi arrivati. Vedo la punta della Torre. Ecco, la vedi?"
End indicò a Oscuro un puntolino più scuro al di sopra di qualche albero basso che, a vederlo, sembrava far parte di una piccola radura a qualche minuto di cammino avanti a loro.
C'erano quasi.
Non riusciva a crederci. Avevano tribolato parecchio per arrivare fino a lì, e ora che c'erano, si rese improvvisamente conto che in fondo non avevano fatto un granché, che questo era niente rispetto all'ignoto che li attendeva a braccia aperte proprio là, in quel... in quella... Be', ovunque si trovassero ormai non aveva molta importanza. La Fangor al contrario, come prese a chiamarla tra sé e sé, era straordinaria e inquietante allo stesso tempo, una Shangri-là ai confini della percezione.

Una mezzora dopo, un piccola radura si fece spazio tra le fronde pressate degli alberi.
Al centro, una torre in pietra svettava silenziosa e traballante, schiaffeggiata dal vento e scaldata dal sole che riversava oro liquido su tutta la struttura.

"Siamo arrivati?"
"Siete arrivati".
"E ora?"
"Non so, io sono End, il mio compito termina qui".
"Ma com- Che dici? Devi portarci da Once".
"Once vi attende, siete giunti".
"Allora è qui che sta?"
"Once è ovunque".
"Allora cosa cavolo abbiamo camminato a fare fino a qui? Eh?!"
"..."
"Non fare la furba e dicci che dobbiamo fare".
"Siete venuti per Once. Andate da lui, vi aspetta".
"Come fa a sapere che siamo qui? E tu come facevi?"
"Io sono End. I confini del Regno sono il mio territorio".
Ci fu un attimo di silenzio, End fluttuava leggiadra, come fosse di carta velina, davanti ai due avventurieri, i mantelli ridotti in brandelli dalle spine delle piante.
"Merda, questa cosa finirà male, me lo sento," Oscuro era preoccupato.
"Sei cieco, viandante. Non vedi la fine e non la vedrai mai, se continui sui tuoi passi," End si avvicinò a Oscuro con un fruscio accattivante e voce di sfida.
"Ah sì? Hai sentito SuperCoso? Dice che non finirà mai..."
"Be', se lo dice lei... direi che possiamo fidarci".
"Ah, giusto..."
"Ma a noi comunque interessa Once. End, sai dirci come entrare?", SuperS indicò la torre, senza porte e finestre, che sembrava fissarli beffarda.
"La casa è piena di infiniti passaggi, ma userete Il Passaggio. Seguitemi".
Oscuro e SuperS si guardarono perplessi, ma confidenti che quella follia sarebbe finita presto.
End s'avvicinò alla torre e come per incanto comparve... Un armadio.
Esatto, un armadio.
Grande, di legno intagliato e con i pomelli delle ante di ottone.
Oscuro e SuperS fecero appena in tempo a voltarsi che End era già scomparsa e al suo posto c'erano una vecchia raggrinzita a cavallo di un leone malandato.
"Chi siete? Dov'è End".
"Ci avete messo troppo, ora dovremo correre. Andiamo".
L'anziana donna aveva il volto coperto, i capelli grigi le ricadevano da sotto un vecchio cappello che aveva ormai perso la punta, ma la voce... La voce Oscuro e SuperS non l'avrebbero mai più dimenticata; armonie di esotico miste all'allegro scroscio dell'acqua di fiume.
Oscuro si stava perdendo in fantasie lontane quando il leone emise un ruggito che lo riportò indietro.
"Sentito la signora? L'ora è tarda, bisogna andare".
Oscuro e SuperS capirono che non c'era altro da fare, niente da chiedere. Accettarono il destino che li attendeva, e , per la prima volta da quando tutto era cominciato, si sentiro anche loro un pò più eroi.
Ma non il tipo di eroe a cui erano abituati.
Ora erano quel genere di eroe che allunga una mano, tocca il gelido metallo e gira il pomello di un armadio comparso dal nulla sulla parete di una torre senza finestre.
"Rock and Roll, baby!" disse Oscuro strizzando l'occhiolino a SuperS mentre entrava nel buio dell'armadio, verso l'ignoto.

giovedì 22 gennaio 2009

Esercizi di stile...(quale non si sa!)

Quando ti danno elementi di un film, pochi, dosati col contagocce e liberi di cavalcare nella valle della creazione mentale, ti chiedi: Cosa voglio di più?
Ed eccolo lì, quel margine che ti da fastidio, quel candito che se non ce lo mettevano nel panettone forse forse ti piaceva anche...

Gli elementi: film, anni 60. Protagonista un italiano, una pistola, un poliziotto, un'auto rubata, dei soldi da recuperare, un incontro con una vecchia fiamma. Lei, giovane e bella, giornalista in erba. La cornice: Parigi. Il fatto: lui uccide un poliziotto, lei scopre che il suo amato è un criminale e, combattuta, lo denuncia. Il crollo: l'amore, forse, vince sempre, ma la morte ha comunque l'ultima parola.
Mescolare il tutto in... 30 righe!
Ecco una versione del mio compitino per casa... Andate e distruggete!

L’ultimo respiro
La pioggia cadeva inesorabile, fitta come la tela d’un ragno. Patricia attraversò la strada verso il bistrot. César stava pulendo i tavoli; quando lo vide, si sentì sollevata.
Patricia sedette vicino alla finestra, era quasi ora. La polizia dall’altro lato della strada era pronta a intervenire; Paolo stava per arrivare, forse aveva recuperato i soldi, ma lei cosa gli avrebbe detto?
Un tintinnio, la porta del bistrot, qualcuno era entrato e aveva salutato César. Patricia guardò di nuovo la foto su Le Monde, era proprio lui. Lo sguardo indugiò pochi secondi, poi capì che stava commettendo un errore gravissimo. L’avrebbe perso, per sempre? Non lo sapeva, ma se tornava sui suoi passi proprio ora, avrebbe perso se stessa. Era una giornalista e poi non poteva... non poteva coprire un criminale.
Un criminale, solo a questo riusciva a pensare, Paolo era un criminale. Aveva ucciso un poliziotto, l’avevano riconosciuto, lei l’aveva riconosciuto. E quei soldi, chissà da dove venivano, chi doveva incontrare, dove, perché? Un criminale; due mesi prima, a Malta, pensava fosse bello, con quei capelli un po’ lunghi e biondo cenere, non sembrava nemmeno italiano. L’aveva amato, ma ora? Alzò lo sguardo, l’orologio del bistrot segnava le dodici; le lancette giunte come mani in preghiera le fecero pensare all’India, potevano sempre scappare là. Ma Paolo voleva andare a Roma; lei Roma non l’aveva mai vista ma sapeva che l’avrebbe accolta a braccia aperte. Paolo, invece, cos’avrebbe fatto? Non poteva pensarci, un uomo era morto e la colpa era sua, non poteva negarlo. Un tuono e Patricia alzò lo sguardo. Un poliziotto girava tra i passanti, fingendo indifferenza; poi, lo vide arrivare.
Paolo parcheggiò l’auto, lei non l’aveva mai vista, magari era rubata. Lo vide prendere la giacca e un bel mazzo di fiori. Si voltò e la salutò; il poliziotto lo vide e lentamente cominciò ad avvicinarsi. Poi tutto accadde velocemente.
Paolo si stava mettendo la giacca, quando una pistola gli cadde dalla tasca, la raccolse in fretta per metterla via, ma poi si accorse del poliziotto. Attraversò di corsa la strada per scappare, gettare l’arma da qualche parte; Patricia vide la scena e corse in strada, voleva avvertirlo, avrebbe voluto gridargli di scappare, che era una trappola.
Dicono che quando muori rivedi tutta la tua vita, in pochi istanti. Patricia, china su Paolo, pensò che lui, forse, avrebbe rivisto solo il suo volto. I colori dei petali sparsi a terra e sul cofano della macchina che l’aveva investito, erano sfocati, come ovattati dalle lacrime, mentre Patricia, la voce rotta dal pianto, sospirava piano e, morendo dentro, gli chiedeva perdono.

mercoledì 10 dicembre 2008

MaryP. e il viale senza ciliegi.(Parte 3)

La pioggia cadeva fastidiosa, fina come la tela di un ragno, fitta come una spazzola setosa.
Oscuro era appoggiato contro un muro, il mantello bagnato pesava nero, come se qualcuno avesse preso la notte buia e senza stelle e l'avesse sciolta come cioccolata...
SuperS era in ritardo. Doveva esserci stato qualche problema, lui non era mai in ritardo.
Un fruscio scarlatto risuonò nel vicolo male illuminato, SuperS, fradicio come un pulcino, arrivò trafelato più del solito.

"Allora? Che fine hai fatto?"
"Scusami, sono in ritardo."
"Lo vedo. Ma come mai?"
"Non ho sentito la sveglia."
"Quale sveglia?"
"Quella sul comod-"
"Alt! Non voglio saperlo. Anzi, è meglio se ci diamo una mossa, non abbiamo molto tempo."
"Giusto. Hai tutte le indicazioni?"
"Puck il nanetto mi ha scritto tutto. Il posto è questo."
Oscuro indicò il vicolo e allungò un dito verso una porta, qualche metro più in giù.
La porta era in ferro battuto, un pò arrugginita e provata dal tempo, ma il posto, lo diceva la scritta luminosa, era quello.

Il Crossing Club era un luogo magico.
Sì, magico.
Cambiava spesso postazione, per non farsi intercettare dai controllori del mondo di là. Quelli, tutti lo sapevano, erano delle bestiacce. Certo, va detto che di fatto il Crossing Club si trovava sempre lì, che quella porta erano davvero secoli che veniva aperta e richiusa, aperta e richiusa. A cambiare non era di fatto quello che si vedeva dal vicolo, a cambiare e spostarsi era quello che c'era oltre la porta sul vicolo.
Oscuro e SuperS non sapevano bene come funzionasse, perchè il Crossing Club era parte di un altro mondo, di un'altra realtà di cui pian piano stavano scoprendo i confini e che forse avrebbe presto rappresentato un pericolo anche per loro.
Tuttavia, ignari di quello che li attendeva, si decisero a bussare.

"Chi vi manda?", grugnì una voce dall'altro lato della porta.
"Sei il Guardiano?"
"Chi vi manda?"
"Ehm... Ci manda Puck. Dobbiamo vedere Bok."
La voce non rispose subito, perplessa da quella strana richiesta.
Poi, la porta si aprì.
Quello che videro Oscuro e SuperS era una normale sala d'attesa, con divani color cannella, un tavolino con delle riviste e un grande orologio sulla parete.
"Il signor Bok non sapeva del vostro arrivo."
"Non abbiamo avvisato, sa com'è, un'emergenza."
"Non avete avvisato?"
"No... Non abbiamo avvisato, gliel'ho detto."
"Male, molto male. Al signor Bok non piacerà affatto."
SuperS guardò di sbiego Oscuro poi si mise a sedere sul divano color cannella, incrociò le gambe e cominciò a sfogliare una rivista.
"Ma che fai?"
"Aspetto, no?"
"No!!"
"Come? Non abbiamo un appuntamento."
"Per forza. Non abbiamo chiamato."
"Dovevi farlo tu, mi pare."
"Oh, certo! Ti pare, ma non ne sei sicuro. Vero?"
"Be', no. A dire il vero ne sono sicuro."
"Dimostralo!"
SuperS tirò fuori un fogliettino scritto a matita: una prova inconfutabile...
Dopo una mezzora, il guardiano tornò a chiamarli, il signor Bok era pronto a riceverli.
Arrivarono in una saletta con drappeggi e cuscini a terra, di mille colori caldi e accoglienti.
Nella stanza sontuosa, c'era un odore di carta e incenso, un camino acceso mandava allegri scoppiettii in fondo alla sala. Dietro una scrivania c'era una giovane donna. I capelli argentei le ricadevano sulle spalle nude, lisci come fili d'erba. Anche la ragazza sembrava fatta d'una strana materia, pareva evanescente e filiforme; Oscuro pensò che somigliasse a un segnalibro.
Su una poltrona era seduto un ragazzo, anche lui molto giovane.
I capelli lunghi e ricci erano d'un giallo quasi finto ed erano l'ammasso più intricato di materia che si conoscesse.

"Signor Bok?"
"Signore?"
"Dite a me?"
"Lei è il signor Bok?"
"Signore?"
"Amico, ma sei fuori?"
"Sono Oscuro, ehm... Signor Bok."
"E io SuperS. Ci manda Puck."
Bok si voltò, addosso aveva un paio di Rayban di vecchia data, neri e ben tenuti. Con un dito alzò l'occhiale sulla fronte, poi disse: "Mi venisse un colpo!".
"Sedetevi, ragazzi. Cavolo, prendetevi da bere."
"Bok, dobbiamo parlare. Sa perchè siamo qui?"
"Oscuro, giusto? Invece non ho afferrato il tuo nome."
"SuperS."
"Ah, giusto."
"Allora ci conosce?"
"No. Perchè dovrei?"
"..."
"Be', sputate il rospo."
"Magari lo fosse... "
"Cosa?"
"Un... Un rospo. Sarebbe più facile."
Bok guardò incuriosito SuperS.
"L'hai mai fatto?"
"Fatto cosa?"
"Ingoiare un rospo per poi sputarlo..."
"Be'... Ehm... Dipende..."
"Ma che dici! O l'hai fatto o non l'hai fatto."
"Allora credo di no. No, non l'ho mai fatto."
"Basta con le chiacchiere, non ho tempo da perdere io."
"Be'", intervenne Oscuro, "Nemmeno noi. Per questo siamo venuti subito da te, ehm da lei.... Oh insomma!"
"Puoi darmi del tu, Oscuro. Tutti lo fanno."
"Dobbiamo andare da OnceUponATime. E tu ci dirai come fare."
"Ehi ehi, frena. Forse, forse vi dirò come fare."
"Lo sapevo", disse SuperS scocciato. "Lo sapevo, è il solito ragazzino montato. Tsz, ora chissà, ci chiederà di affrontare delle prove e poi ci darà una bella chiave d'oro per aprire una misteriosa porta e altri oggetti del cazzo per andare da questo matusa..."
"Amico, ho detto forse perchè prima dovete sapere un paio di cose, per farvi capire chi avrete davanti."
"Be', allora moccioso, datti una mossa, il tempo stringe e abbiamo una tata da trovare."

Bok raccontò di OnceUponATime.
Cose già sentite, storie vecchie, trite e ritrite.
Once, come lo chiamava qualcuno, era un tipo schivo, ma allegro. Cambiava spesso casa, anche se nell'ultimo secolo più o meno era rimasto sempre allo stesso posto, concedendosi di tanto in tanto qualche breve vacanza.
Cambiava anche aspetto con estrema facilità, a seconda del momento, del tempo e del suo vezzo.
Era comunque un'istituzione. Creatura strana, un incrocio tra mondi passati e futuri, reali e irreali, in lui e grazie a lui, si concentrava l'Essenza. Nessuno sapeva bene cosa fosse ma era chiaro a tutti che doveva avere una grande importanza se Once era ancora in circolazione...
"Trovarlo non è sempre facile. Vedete, viaggia nelle pagine e nelle righe, si nasconde tra una parola e l'altra nello spazio di miliardi di libri, nello spazio fisico e in quello immaginario. Per non parlare poi della difficoltà del tempo.."
Oscuro guardò di sbiego Bok, "Sarebbe a dire?"
Bok si schirì la voce, si tolse i Rayban e si versò un bicchiere di latte. Poi proseguì.
"OnceUponATime è il custode delle narrazioni, che siano vere o fantastiche, tutto fa capo a lui. Controlla i flussi del tempo e dello spazio, per questo può cambiare forma come vuole. Normalmente ama presentarsi come un vecchio barbuto, ma spesso lo potete incontrare anche sotto le fattezze di ragazzino. Comunque, non mi avete detto perché lo cercate..."
"Siamo in missione, dobbiamo rintracciare MaryP. Avrai sentito-"
Bok raggelò per un attimo, poi fermò subit SuperS che cercava di spiegare cosa avevano per le mani.
"Basta così. Sono sicuro che Once è la persona giusta. Vi hanno indicato bene."
"Ma vedi, Bok, abbiamo un problema."
"Sarebbe?"
"Be', non sappiamo com'è cominciata la faccenda. è successo che una mattina mi sveglio e trovo questo strano messaggio, scritto su carta, un foglio arrotolato e chiuso con una roba rossa.."
"Ceralacca"
"Ceracosa?"
"Ceralacca... Merda, se hanno usato la procedura, significa che la questione è della massima delicatezza."
"Che vuoi dire?" SuperS si sporse dall sedia su cui era seduto facendo cigolare il legno in modo sinistro.
"Voglio dire, amici, che siete finiti in un bel casino. Se non risolvete l'affare, sarete in un mare di guai. Anzi, peggio... Lo saremo tutti..."
Oscuro e SuperS si alzarono, salutarono Bok che gli consegnò una specie di chiave. Era a forma di cono, piccola e scintillante, serviva per aprire il passaggio che li avrebbe condotti dal Crossing sulla via giusa per raggiungere OnceUponATime.
Una volta usciti dallo studio di Bok, i due si diressero lungo un corridoio color autunno, presero la prima a destra, accompagnati dall'evanescente ragazza che somigliava a un segnalibro, e si trovarono di fronte al passaggio.
Una porta color legno muschiato con una targhetta gialla appesa e leggermente storta li guardava silenziosa.
"Signori, prego, ora potete proseguire da soli. Ricordate, il vostro soggiorno ha una scadenza, saprete quand'è tempo di rientrare guardando la conochiave. A quel punto vi basterà trovare la porta e invertire il processo che state per fare ora. Vi ricordiamo che la conochiave è strettamente personale, in quanto oggetto ottenuto su cauzione e rilasciato dall'autorizzazione del signor Bok in persona, siete pregati di non smarrirla, di non cederla ad alcuno e di restituirla al legittimo proprietario. Grazie per l'attenzione, vi auguro un buon trapasso."
Così dicendo, la giovane donna svanì in un sfrigolare argenteo.
"Ha detto trapasso?"
"Io non l'ho sentito."
"No, Oscuro, guarda che ha detto trapasso..."
"Sturati le orecchie e fai meno la femminuccia. Il cesso ci attende."
"Cos-" SuperS si voltò, guardò la porta davanti a lui e lesse l'etichetta. In effetti, diceva proprio così WC. Era inequivocabile.

Mentre girava la conochiave, Oscuro s'abbandonò a uno strano pensiero.
E se li stessero incastrando in qualcosa di più grande di loro? Qualcosa che non potevano risolvere o capire fino in fondo? Se tutta questa storia fosse solo l'ennesima fantasia di entità impalpabili che giocavano con le vite dei loro personaggi come un burattinaio con i suoi burattini? "Ehi, amico, giri o no?"
Oscuro guardò SuperS, infilò la conochiave nella fessura e disse:
"Tre volte s'è udito il miagolio del gatto tigrato... Tre volte e poi ancora una ha grufolato il porcospino... è tempo, è tempo!"
E di questo mondo più non furono.

domenica 2 novembre 2008

MaryP. e il viale senza ciliegi.
(Parte 2)

Oscuro era rintanato nella sua caverna da diversi giorni, le scartoffie aumentavano, sparse a terra come tasselli di un domino che non voleva andare a posto.
Lui, il domino, lo odiava.
Ritagli di giornali, vecchi e nuovi, si intrecciavano con fotografie sfocate, resoconti rubati ai reparti della polizia, identikit tutti diversi.
All'apparenza, era tutto sconnesso, scollegato. Colpa dei computer, ormai facevano di testa loro e il caso era tra i più difficili mai affrontati.
'In fondo io non dovrei essere qui', pensava sconsolato mentre sorseggiava un consunto bicchiere di J&B, 'Cazzo, ma non lo sanno che sono in pensione? E poi, quei vecchi bacucchi, perchè cavolo avranno chiamato proprio me?... Anzi, perchè hanno chiamato noi due?! Io quel coglione con la tutina proprio non lo sop-'
Il telefono squillò.
"Seee?"
"Oscuro? Sei tu?"
"E chi altri? SuperS, che vuoi?"
"Ero in pensiero."
"Sono ancora vivo, tranquillo..."
"Non ero in pensiero per te."
"No, certo che no... Spara."
"Ma tu le pistole non le odiavi?"
"..."
"Okay, senti, qualcosa non quadra. Stavo riguardando i dati che abbiamo raccolto. Ci sono troppi buchi, salti nel tempo che non tornano. Te ne sarai accorto, vero?"
"Per chi mi hai preso? Tu avrai anche i tuoi strafottuti poteri da alieno, ma io ho un cervello centopercento umano, cazzo."
"Sì, ed è meglio non dire quanti anni hai, viso pallido!"
"Dimmi quello che mi devi dire e tagliamo corto, il tempo stringe."
"Ti sei chiesto perchè hanno chiamato noi? Voglio dire, che c'entrano due come noi con questa storia? Sì, insomma, due del nostro mondo, del nostro ambiente..."
"Primo, io non sono del tuo mondo, che se non sbaglio, o forse sì, non esiste più. Secondo, sì bello, me lo sono chiesto eccome. E lo sai cosa penso?"
"No."
"Penso che non lo sapremo mai perchè hanno deciso così, ma non abbiamo scelta, ti pare?"
"No..."
"Bene, ora, se non sbaglio abbiamo un lavoro da fare e lo faremo, cazzo. L'hai contattato?"
"Ma non dovevi chiamarlo tu?"
"Oh Gesù, non dirmi che non l'abbiamo chiamato?!!!"
"No."
"Merda."
"..."
"Vabene, richiama tra dieci minuti. E tieniti preparato."
Oscuro estrasse una minuscola agenda da sotto un cumulo di giornali, la scartabellò un secondo e poi digitò tre cifre.
"Arden Edition, cosa posso fare per lei?"
"Sì, ehm, salve. Sto cercando il signor Puck."
"Ehm, chi devo dire, prego?"
"Pupa, meglio se non dici niente."
"Attenda in linea."
'Merda, ora mi metteranno in attesa e ci scommetto ci passo la giornata...'
"Signore?"
"Sì?"
"Il signor Puck non è reperibile al momento. Ma può trovarlo più tardi, altrimenti provi al Vesuvio."
"Al Vesuvio?"
"Sì, ha presente? Il Vesuvio, sì, ehm, insomma, quel pub di Frisco..."
"Ah, quel Vesuvio."
"Chieda prima del signor Kerouac."
"Grazie mille."
Oscuro scartabellò di nuovo l'agenda e fece un numero di Frisco.
Il signor K. gli disse che Puck sapeva già che lo cercavano e che gli avrebbe riferito l'ora e il luogo dell'appuntamento perchè adesso era troppo sbronzo di idromele per poter rispondere al telefono.
'Be', almeno questa è andata liscia', pensò Oscuro decisamente sollevato.
'Ora devo solo chiamare Supercoso e dargli l'appuntamento. Cristo... Ma se la cambierà quella tutina ogni tanto?'
Il campo da calcio ai confini del tempo.
Ora stellare: sconosciuta.
Il campo da calcio ai confini del tempo era un campetto di periferia, amatissimo dai ragazzini del quartiere che là dentro si sentivano i re della sfera e i soli padroni dei loro destini.
Ma era lì che spesso venivano fatte le riunioni più strane, gli incontri più bizzarri, e così la sua fama s'era resa nota col tempo, tanto che da quando i 12 si riunivano, dai tempi dei tempi, quel posto era diventato affollato e qualcuno aveva deciso di farci un parcheggio nelle vicinanze, tanto per agevolare la situazione.
Oscuro e SuperS arrivarono praticamente insieme, ognuno col suo mantello sfrigolante.
Era l'imbrunire e i due detective erano in ritardo, ma Puck non si vedeva.
"Secondo me non verrà."
"E perchè non dovrebbe?"
"Rischia grosso."
"Lo dici solo perchè Spazzacazzi ci ha rimesso la pelle. Sai che a Puck non possono toccarlo."
"Spazzacavoli. E comunque non sono sicuro, e se invece lo prendessero di mira? Se Lui, lo scoprisse?"
"Stronzate da frocetto. Puck è furbo, ha imparato a nascondersi bene, nessuno lo troverebbe."
Arrivò alle spalle, lesto come una lepre e sfavillante come una lucciola.
Puck era tutto meno che una creatura normale; basso di statura, con piccole gambette da capro sembrava proprio un fauno malriuscito, come se l'avesse partorito la mente di chi un fauno non l'ha mai visto. E forse era proprio così.
"Eccovi, signori
Miei pavidi avventori."
"Oh cazzo!" Oscuro fece un salto.
"Salve a te, Puck, folletto del bosco."
"Folletto un cavolo,
le fattezze io ho del diavolo!"
"Senti frocetto, smettila di zompettare e ascolta quello che abbiamo da chiederti. Conviene a tutti se ti sbrighi e rispondi preciso."
"Ehi, non c'è bisogno di trattarlo così, Oscuro."
"Tu fatti i fatti tuoi, Supercoso."
"Via via, non litigate per colpa mia.
Se serve sapere segreti sconosciuti
dalla persona giusta siete venuti."
"Lo sai benissimo perchè siamo qui", Oscuro si stava spazientendo e la catilena del nanerottolo non aiutava a calmare la situazione.
"Dite e risposto vi sarà di certo
che quel che succede Puck lo sa per certo."
"Hai fatto una ripetizione."
"Cosa? Ma che dici?!"
"Ehi, SuperS, è vero che ha fatto una ripetizione?"
"Eccome."
"Dannazione! E va bene, parlerò normale. Allora, mi dicono che siete sulle tracce di MaryP., bel guaio davvero."
"Perchè?", chiesero i due all'unisono.
"Sapete chi vi ha ingaggiato?"
Oscuro guardò di traverso SuperS.
"All'incirca, ma non è questo che conta. Abbiamo un lavoro da fare e lo faremo, a quanto pare non abbiamo scelta. Ma tu, nanetto, lo saprai già, ci scommetto."
"Ah, bella rima, teatrante dal volto coperto
Ma bada, sta attento, che il mio padrone è assai esperto."
"Dacci un taglio."
"Be', so che avete fretta e non vi farò perdere altro tempo. MaryP. non la vedo da parecchio, eravamo amici, più o meno... Ma è stato molto tempo fa. Ah, se il mio signore sapesse dove mi trovo... Ma cosa dicevo? Ah sì, la ragazza, voci di fata mi dicono, è stata nei paraggi da poco, ma non l'ho incrociata. Il Vento del Nord dice che l'ha costretto a dargli un passaggio ma che non sa dire di preciso dove, dovreste parlare con lui, forse."
"Tu che ne pensi, SuperS?"
"Dico che andare dal Vento del Nord è inutile, sappiamo da che parte sta, non ci aiuterebbe mai. Nemmeno se gli dicessimo chi ci ha incaricato."
"Ma noi non lo sappiamo chi ci ha incaricato..."
"Appunto."
Puck, sorridendo, continuò.
"Ragazzi, siete in un bel guaio. Hihihi, cosa vi blocca il cammino?"
"Abbiamo paralto con Spazzacazzi, è morto. Ci ha detto poco. Troppo poco. Abbiamo dei buchi temporali, capisci, come se mancassero pezzi della storia."
"Se cercate informazioni sul passato so io dove mandarvi. Il Cantore è l'uomo che vi ci vuole. Ahimè, io posso solo dirvi che è infuriata, determinata e assai pericolosa. MaryP. è a caccia, amici. Per questo hanno chiamato voi."
"Sì, sì, senti, dove lo troviamo questo Cantore?"
"Oh, OnceUponATime è una creatura misteriosa, cambia spesso ambiente, aspetto, è il signore del tempo e dello spazio, vaga nel mondo a suo piacimento, lui disfa e poi crea."
"Come le Norne?"
"No. Le Norne erano tessitrici."
Oscuro guardò SuperS incazzato e divertito insieme.
"Be', te l'hanno fatta loro quella tutina del cazzo?"
Puck spiegò ai due cavalieri dove trovare OnceUponATime, o almeno dove si trovava l'ultima volta, qualche secolo prima. Probabilmente era ancora lì, ingrigito dal tempo ma pur sempre svelto e con l'animo da ragazzino.
'Il Cantore, era tanto che non sentivo una stronzata del genere. Ma d'altra parte, sono figlio di un'altro tipo di destino scritto, cose così sono alle radici delle nostre radici. Forse SuperS ha ragione, veniamo davvero da un altro mondo... Anche se, in fondo in fondo, ancora non ne son tanto convinto.'
"Ehi."
"Ehi."
"Allora, dobbiamo partire."
"Già, niente teletrasporto."
"Telecosa?"
"Non so..."
"Come non so? Ma che dici?"
"Te lo sto dicendo, non lo so."
"Okay, non preoccuparti, ho capito."
"... Be', l'importante è questo no, ora sappiamo dove andare."
"Già... Seconda a destra, poi fino al mattino, mi pare."
Oscuro alzò lo sguardo al cielo, una colata di nero fuso a pois bianchi fatti male e sparsi a casaccio.
Poi, fulgido, l'attraversò un pensiero...
"E uscimmo a riveder le stelle..."

martedì 14 ottobre 2008

MaryP. e il viale senza ciliegi. (Parte 1)

Il vento soffiava ma non c'erano ciliegi sul viale, anche se la Gianna era affacciata in finestra e sorrideva come una gatta sorniona...
Un fruscio rosso come le foglie d'autunno, ma più acceso come il sangue finto dei film di serie B, attirò l'attenzione d'un cavaliere di ventura oscuro e terrificante, mascherato da teatrante e pronto a dire la sua.
'Come al solito arrivano sempre dall'alto...', pensò il teatrante mascherato. 'Chissà di chi è la colpa, chissà a chi gli è venuto in mente di farli scendere sempre dall'alto...Mah...'

"Ho fatto più in fretta che potevo... Aspetti da tanto?"
Il fruscio rosso-foglie-d'autunno sembrava uscito fresco fresco di bucato, con quella tutina azzurro-blu che a un daltonico gli darebbe fastidio solo a pensarla..
"No, ma ho ripulito il viale, era pieno di vecchie bacucche, sai cosa intendo."
"Ah, ma non dovevano esserci dei ciliegi?"
"No, quella è un'altra storia..."
"Mmm..."
"Bel mantello Super S. E complimenti anche per la tutina..."
"Se l'avevi già vista...!"
"E chi non l'avrebbe notata mentre sfrecci tra le nuvole e gli asini volanti..."
"Non ci sono nuvole oggi..."
"E degli asini, di quelli che mi dici?"
"..."

I due si avviarono lenti lungo il viale tortuoso. Era l'imbrunire e il vento non si calmava, Gianna stava sempre in finestra e uno strano tizio faceva dipinti a terra coi gessi colorati. I due si avvicinarono.

"Sei tu lo Spazzacavoli?"
Quello alzò lo sguardo, la cicca in bocca, la scoppola del nonno sdrucita e calata bene in testa,rispose:
"Ehi, è un'antica professione, perciò cazzo, porta rispetto."
"Okay, tranquillo amico.", rispose SuperS con calma, e guardò di sottecchi il suo compare.
"Ehi, SuperB, ci siamo, smettila di accarezzare quel gatto e vieni qui subito."
"No sei tu che devi smetterla di chiamarmi SuperB. Cazzo. Quante volte devo ripetertelo? Tu sei un fottuto alieno, il tuo pianeta non è questo e non esiste più...Credo... Insomma, tu sei quello super, mentre io sono solo il Cavaliere Oscuro, merda..."
"Okay, cowboy Oscuro, ma adesso calmati. Abbiamo un lavoro da fare."

Lo Spazzacavoli s'alzò in piedi e li portò davanti al dipinto incriminato.
La cornice era fatta bene, ma il ritratto, un tranquillo paesaggio di campagna, era completamente rovinato da bombe e chiari segni di lotta...
Erano sulla pista giusta.
"Eccolo qui... Che mi dite?"
"Senti, frocetto, sei tu che devi darci spiegazioni... Merda, sei tu che l'hai disegnato..."
"Dimmi dove cazzo prendi quel gesso, cos'è, lo fanno con gli acidi?"
"Oscuro, adesso calmati, così non si conclude niente, tranne spaventare a morte il caro Spazzacazzi..."
"Spazzacavoli"
"Esatto."

Spazzacavoli, dopo qualche birra e una buona bottiglia di vino, fu pronto a parlare.
La solfa era la solita, qualcuno chiede un favore e ti spediscono da lui, il miglior gessista del quartiere e forse anche della città, un'atroce ammasso di palazzi moderni incastonati nelle vite stressate di vicoli e hotel con storie di fantasmi che aleggiano tutto intorno...
Quella era GC, la città del non ritorno.
Lei si era presentata all'alba, l'aveva buttato giù dal letto dicendo che andava di fretta, doveva recuperare un certo specchio antico e presantarsi a un colloqui di lavoro per SuperTate...
Sì, certo, era una SuperTata e no, non aveva detto il nome, ma Spazzacavoli lo sapeva chi era. Tutti lo sapevano.Quella era una pupa da togliere il fiato, bella e pericolosa, una miscela esplosiva, insomma.

"Mi sembra che la descrizione corrisponda... Che ne pensi?"
"Non saprei, sei tu il detective..."
"Sono in pensione, lo sai."
"Finiscila di dire stronzate,umano dei miei stivali."
"Ma tu non li porti gli stivali... "
"No, ma volevo comprarli giusto questa settimana..."
"Ragazzi, ragazzi, la volete piantare? Io qui vi sto dando attenzione ma voi non mi ascoltate e io perdo tempo... E il tempo è prezioso, perchè se non mi sbrigo puoddarsi anche che ci rimango secco..."
"Scusa", risposero i due all'unisono.
"E che cazzo, io la meringa me la sbatto, mica come quel pazzo di scrittore!"
"..."

La pupa la chiamavano MaryP, ma nessuno sapeva se fosse il suo vero nome, nè da dove veniva. Certo la sua fama la precedeva. Qualche anno prima aveva trasformato un bancario in un gelataio e la cosa era insolita a quei tempi, in cui gli uomini onesti seguivano la retta via, il Sentiero di Mattoni Gialli era una legge non scritta che tutti prendevano molto sul serio...
Girava con una borsa fatta di tappeto e un ombrello molto sporco e strambo. Si diceva fosse il suo mezzo di trasporto.
Oscuro e SuperS si guardarono sghignazzando. Un ombrello. Tzs, che idiozia.
Sapevano per certo, ora, che la pupa era spacciata.
Si spostava col vento e dove arrivava lasciava tracce neanche fosse un gigante della valle. Rintracciarla sarebbe stato uno scherzo.
Spazzacavoli stava ancora parlando,quando dall'alto qualcosa lo colpì e il vecchietto si accasciò a terra, il dipinto di gesso lo risucchiò e nessun ne seppe più nulla...

"Cazzo!"
"Perchè devi sempre essere così volgare?"
"Fottiti, SuperChecca!"
"Ehi, sei tu che hai come spalla un ragazzino minorenne..."
"Alieno del cazzo, non mi sei mai piaciuto... Ma questa cosa dobbiamo farla insieme."
"Già... Ehi senti, posso chiederti una cosa?"
"Spara."
"Perchè non ti piaccio?"
"E chi sarebbe la checca adesso?"

Il vento urlò tutta la notte, spazzò via deboli frammenti della città, detriti umani di vite ormai ridotte all'osso... Insomma, sogni reali di una vita al limite della decenza.
Le due mantelle, rossa e nera, si allontanarono lungo il viale, affranti e stanchi per la nottata e le ansie del viaggio.
Al crocevia si salutarono.
SuperS parlò per primo...

"Quando ci rincontreremo ancora? Tuoni, lampi o pioggia?"
"Quando questa merda sarà finita. Quando la battaglia sarà persa e vinta."
"Cazzo dici? Ah, sarà prima del tramonto."
"E dove, alieno del cazzo?"
"Il campetto da calcio ti va bene?"
"Gli daremo appuntamento lì."
"Andata."
"La notte chiama. Muoviamoci! Cioccolata e merda, merda e cioccolata. Zompiamo nella nebbia, lo smog e questa città infernale."
"Oscuro?"
"Che c'è...?"
"Stanotte non leggere troppo, ti fa male..."